Relocation camps: l’internamento dei giapponesi americani

                                                                                                                                                         di Giorgia Lapertosa

La migrazione giapponese negli Stati Uniti iniziò verso la fine dell’Ottocento, con l’inizio del periodo Meiji (1868-1912) che pose fine a un periodo di chiusura del Paese ai contatti con l’estero. Il primo flusso migratorio era composto prevalentemente da braccianti agricoli che si spostarono nelle isole Hawaii dove il sistema delle grandi piantagioni richiedeva un gran numero di lavoratori a basso costo, soprattutto dopo la fine della tratta degli schiavi africani.[1] Dopo alcuni anni di lavoro, alcuni decisero di spostarsi negli Stati Uniti attratti da paghe più elevate; un’altra parte della migrazione invece ebbe origine direttamente dal Giappone, ed era prevalentemente costituita da studenti, i cosiddetti student laborers (giovani che si recavano in America per studiare ma che allo stesso tempo lavoravano per mantenersi, soprattutto come domestici) e, in quantità inferiore, da rifugiati politici e da coloro che volevano sottrarsi al servizio di leva obbligatoria. L’unica componente femminile di questo primo flusso migratorio era costituita da prostitute, ragazze provenienti da zone molto povere, talvolta vendute dalle loro stesse famiglie, che trovavano impiego presso bar o bordelli. La maggior parte dei migranti arrivò nel porto di San Francisco, dove si formò la principale comunità giapponese in America; altri si stanziarono in altre zone della California o in altri stati della costa occidentale, mentre quasi nessun migrante si spostò verso l’interno. La caratteristica dei primi migranti giapponesi è la convinzione di voler restare in America per un periodo di tempo limitato per studiare o lavorare, guadagnando il necessario per poi ritornare in patria. Questa visione iniziò a cambiare quando molti migranti si sistemarono in agricoltura, passando da braccianti agricoli che lavoravano a contratto ad agricoltori, prendendo in affitto o, in casi più rari, acquistando terreni. Fu anche l’azione delle varie associazioni giapponesi nate negli anni ad aver un ruolo importante nello stanziamento permanente dei giapponesi negli Stati Uniti; queste associazioni avevano, infatti, lo scopo di salvaguardare l’immagine del Giappone e di rendere la comunità giapponese accettabile e rispettabile, lottando quindi per eliminare la prostituzione e il gioco d’azzardo. Per far ciò si incoraggiavano gli immigrati a chiamare negli Stati Uniti le mogli lasciate in Giappone, oppure a sposarsi. Con l’arrivo delle donne si formarono delle famiglie e nacque una vera e propria comunità giapponese in America che, con non poche difficoltà, si sforzò per adattarsi alla società americana e alla cultura occidentale. Ciononostante, agli immigrati giapponesi non venne mai concessa la cittadinanza americana, e perciò restarono per tutta la loro permanenza nel paese aliens ineligible to citizenship, ossia stranieri non idonei alla naturalizzazione.

La storia dei relocation camps, campi di prigionia dove i giapponesi americani vennero reclusi dal 1942 al 1945, è spesso messa in secondo piano quando si parla della Seconda Guerra Mondiale, o è in generale un argomento poco conosciuto. Per comprendere come un paese come gli Stati Uniti che si è sempre posto come difensore dei principi della democrazia e della libertà sia arrivato a optare per l’allontanamento e l’incarcerazione di un intero gruppo etnico, è necessario risalire al clima storico dei primi decenni del Novecento e, in particolare, alla situazione della California. Per molti aspetti il movimento anti-giapponese fu una naturale continuazione del razzismo nei confronti degli immigrati cinesi, iniziato già nella seconda metà dell’Ottocento, che ebbe come centro la California e che portò, nel 1892, alla fine della migrazione cinese negli Stati Uniti attraverso il Chinese Exclusion Act. Le agitazioni anti-giapponesi iniziarono in questo clima di intolleranza nei confronti degli immigrati asiatici (nonostante gli sforzi della comunità giapponese per differenziarsi dai cinesi, meno integrati e più avvezzi al gioco d’azzardo e alla prostituzione, gli americani non distinguevano i due gruppi etnici). Il sentimento razzista nacque presso le associazioni dei lavorati e i sindacati che accusavano i giapponesi di rubare il lavoro agli americani, oltre che di essere inassimilabili nella comunità. Se inizialmente questa ideologia era circoscritta allo stato della California, a partire dalla metà degli anni Dieci del Novecento si diffuse su scala nazionale, processo velocizzato anche dalla diffusione di teorie sull’esistenza di una razza superiore, dal concetto di americanismo come negazione del diverso diffusosi dopo la Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto dalla paura dell’ascesa del Giappone come potenza mondiale e dalle mire espansionistiche nel Pacifico dell’impero giapponese. In particolare, si diffuse il termine yellow peril, pericolo giallo, che indicava il pericolo di una possibile invasione della Costa Occidentale da parte dei “gialli”, i giapponesi. Né il Gentlemen’s Agreement (1907-1908) che limitò l’ingresso dei giapponesi nel paese, né l’Immigration Act del 1924 che pose fine alla migrazione giapponese negli Stati Uniti, placarono gli esclusionisti, che continuarono le loro campagne anti-giapponesi.

Fu l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 che portò il Presidente Roosevelt a firmare nel febbraio del 1942 l’Executive Order 9066, l’ordine che autorizzò l’allontanamento dei giapponesi americani dalla Costa Occidentale per motivi di sicurezza, e la loro reclusione in campi di prigionia. In particolare, l’ordine autorizzava il segretario alla Guerra a prendere le misure che riteneva più appropriate per occuparsi della questione giapponese. La responsabilità venne affidata al Generale John L. DeWitt e al suo assistente Karl Bendetsen; i due designarono California, Oregon e Washington come Area Militare No. 1, dalla quale i giapponesi americani (sia aliens sia cittadini americani) dovevano essere evacuati. Verso la fine del marzo 1942 i primi avvisi di evacuazione fecero la loro apparizione nelle grandi città californiane; questi avvisi informavano i giapponesi che sarebbero stati portati con autobus o treni negli assembly centers, centri che avrebbero ospitato momentaneamente le famiglie in attesa di essere spostate nei veri e propri relocation centers, oltre a spiegare cosa portare con sé (di solito due valigie). Vennero costruiti dieci campi di prigionia, alcuni dei quali sulla costa occidentale, altri in zone più interne e due sulla costa orientale; i siti selezionati erano terreni statali per lo più desertici e disabitati come ex riserve degli indiani d’America o valli di laghi prosciugati. In totale questi dieci campi ospitarono circa 110.000 individui di discendenza giapponese; al loro arrivo, i prigionieri furono colpiti dal filo spinato e dalle guardie armate. I campi furono costruiti in maniera frettolosa: le uniche strutture presenti erano file di baracche organizzate in blocchi e adibite ad abitazioni, oltre ai bagni (più simili a latrine), e altre baracche dedicate ad attività comuni come la mensa e la lavanderia. Le baracche che avrebbero ospitato le famiglie per tre anni erano di dimensioni molto ridotte, ed erano quasi completamente prive di mobilio, all’infuori di brandine militari. Questo portò gli internati, dopo un momento di sconforto iniziale, ad attivarsi per modificare l’ambiente dove erano stati costretti a vivere a tempo indeterminato; utilizzarono così legname e attrezzi lasciati lì dagli operai e ultimarono la costruzione di varie infrastrutture, oltre che del mobilio necessario (tavoli, sedie, mensole e separé per dividere gli ambienti all’interno delle baracche e dei bagni). Appena fu concesso loro il permesso dalla WRA (War Relocation Authority creata per gestire i campi di prigionia), molti iniziarono ad impegnarsi in attività lavorative, talvolta ricompensati da piccole paghe. La maggior parte degli internati veniva dal settore agricolo e quindi, anche all’interno dei campi, si dedicò all’agricoltura per integrare la povera alimentazione offerta dalla mensa; altri, invece, piantarono alberi che dessero sollievo durante le afose giornate estive, altri ancora si dedicarono all’allevamento di maiali e polli. Queste e altre attività (come il giardinaggio) oltre ad abbellire il paesaggio, davano anche la possibilità agli internati di spezzare la monotonia e impegnare le loro giornate. Successivamente vennero organizzate infermerie, scuole, attività ricreative e istituzioni religiose. Per quanto riguarda le prime, nei campi non era previsto alcun tipo di cura o trattamento speciale per gli anziani o per i malati; nel tempo vennero assunti alcuni medici, ma il numero del personale e le infrastrutture erano inadeguati. La maggior parte del personale fu reclutata tra gli internati stessi (spesso studenti universitari); per le scuole la situazione era analoga: non c’erano lavagne, cattedre e banchi, né strumenti per scrivere. Anche in questo caso, assumere insegnanti qualificati che fossero disposti a spostarsi ogni giorno nei campi era piuttosto difficile, quindi furono gli internati a candidarsi. Dopo la scuola venivano organizzate varie attività per i ragazzi, dal canto, musica e sport vari, ad attività più tradizionali come judo e kendo o danze giapponesi e vestizione del kimono. I gruppi religiosi ebbero un ruolo importante nel mantenere alto il morale all’interno dei campi, e fondarono delle chiese dove si tenevano funzioni religiose oltre che funerali e raramente matrimoni. I principali gruppi religiosi erano buddisti, cattolici e protestanti (anche se il buddismo era la fede più diffusa). I tentativi per ricreare una sorta di normalità all’interno dei relocation camps furono molteplici: i giapponesi non restarono prigionieri passivi e lavorarono duramente per cercare di accettare e dunque migliorare la loro situazione. Tuttavia non mancarono le conseguenze negative: la vita nei campi ebbe ripercussioni profonde sulla struttura della famiglia e sull’educazione dei figli; la totale mancanza di privacy e spazi adeguati fu la causa dell’insorgere di conflitti tra la prima e la seconda generazione. Il fatto di avere degli orari prestabiliti per svolgere ogni tipo di attività fece venir meno il concetto di famiglia e in taluni casi l’autorità dei genitori. Naturalmente anche la convivenza forzata in uno spazio limitato non fu facile: seppur tutti di etnia giapponese, gli internati provenivano da contesti molto diversi: la provenienza da campagna o città, il fatto che alcuni parlassero solo il giapponese mentre altri fossero bilingui, le diverse fedi religiose sono tutti fattori che crearono problemi. La reazione più diffusa fu la sopportazione e l’impegno per cercare di convivere pacificamente; in alcuni casi però ci furono anche reazioni negative e di protesta.

A partire dal 1943 la WRA iniziò a rendersi conto che l’evacuazione e l’internamento dei giapponesi americani non solo erano stati dispendiosi in termini economici, ma anche non particolarmente necessari visto che non esistevano prove concrete che i giapponesi rappresentassero realmente un pericolo per gli Stati Uniti; la preoccupazione era inoltre quella di creare una generazione di giapponesi americani fortemente frustrati che avrebbero potuto disprezzare il paese o anche ribellarsi. Questo pensiero venne anche rafforzato dai successi militari americani e dalla realizzazione che il Giappone non avrebbe potuto vincere il conflitto; si iniziò così a pensare alle possibili modalità di reintegrazione degli internati. La WRA distribuì all’interno dei campi dei questionari conosciuti come Statement of United States Citizen of Japanese Ancestry, che erano una sorta di giuramento di fedeltà alla patria e servivano ai giapponesi americani (solo ai cittadini, dunque la seconda generazione nata nel paese) per fare richiesta di arruolamento nell’esercito. Alcuni giapponesi americani in realtà già collaboravano con l’esercito, dando il loro contributo soprattutto come traduttori e interpreti, anche se dopo Pearl Harbor venne impedito ai giapponesi di arruolarsi e la maggior parte dei giovani che già si erano arruolati venne congedata. Nonostante tutto furono numerosi i giovani che volevano dare il loro contributo e lottare per l’unica patria che conoscessero, gli Stati Uniti: circa 1.200 giapponesi americani decisero di lasciare i campi di internamento per prestare volontariamente servizio, contro i 10.000 giapponesi hawaiani, di cui ne vennero selezionati circa 3.000. Il maggiore entusiasmo da parte degli hawaiani si può facilmente spiegare col fatto che nelle Isole Hawaii i giapponesi non furono internati, anche perché costituivano una buona percentuale della popolazione totale. Venne poi formata un’unità di combattimento tutta giapponese, il cosiddetto 442nd Combat Team, che fu impegnato in varie battaglie, anche in Europa, e registrò importanti successi militari.

I questionari vennero in seguito modificati in modo da essere sottoposti anche agli altri internati, e dare loro la possibilità di lasciare i campi per proseguire gli studi o lavorare, sempre però al di fuori dell’area militare. Lo scopo della WRA era quello di stabilire chi fosse leale alla patria e chi no, in modo tale da velocizzare il processo di svuotamento dei campi. In particolare furono due le domande del questionario a creare problemi, la numero 27 e la numero 28; in breve si chiedeva agli internati se fossero disposti a combattere e giurare fedeltà incondizionata agli Stati Uniti, rinunciando a qualunque forma di alleanza con il Giappone. La maggior parte rispose sì a entrambe le domande, ma ci furono alcuni che, amareggiati dal trattamento subito e delusi dall’America risposero no ad una o ad entrambe le domande; questi furono chiamati No-No Boys e considerati disloyals, ossia traditori della patria. Il generale DeWitt propose allora di spostare tutti i traditori in un unico campo, per poi privarli della cittadinanza e rimpatriarli dopo la guerra. Il campo selezionato fu Tule Lake in California, dove i trasferimenti iniziarono verso la fine del 1943. Nel frattempo però anche in altri campi si formarono gruppi di ribelli, il cui obiettivo era la “giapponesizzazione” dei residenti, anche attraverso la forza. Molti giapponesi americani di seconda generazione iniziarono a rinunciare alla cittadinanza americana (molti dei quali residenti a Tule Lake), mentre alcuni dei leader dei gruppi pro-Giappone vennero arrestati dalle guardie della WRA. Tutti questi disordini portarono il Dipartimento della Guerra a considerare l’opzione di chiudere i campi già nel 1944, ma il Presidente Roosevelt preferì rimandare la questione alla fine delle elezioni per non compromettere la sua campagna elettorale.

Alla fine del conflitto, nell’agosto del 1945 la popolazione dei campi era scesa a circa 90.000 individui, mentre all’incirca 25.000 persone avevano già lasciato i campi per lavorare, continuare gli studi o combattere nell’esercito americano. Quando la notizia della chiusura si diffuse all’interno dei campi, ancora una volta la confusione e la preoccupazione dilagarono: molti erano preoccupati del razzismo che effettivamente era ancora persistente sulla Costa Occidentale, ma soprattutto la maggior parte degli internati aveva perso tutto (la casa, il lavoro e tutte le proprietà) al momento della deportazione. Così molti, soprattutto i più anziani, fecero di tutto per restare nei campi il più a lungo possibile, molti segnati profondamente dall’esperienza e incapaci di ricominciare. Alla fine tutti i campi vennero chiusi entro la fine del 1945, ad eccezione di Tule Lake, che venne chiuso nel marzo del 1946. Fu così che si concluse la vicenda dell’internamento dei giapponesi americani: nessun aiuto venne offerto alle famiglie al loro rientro, che dovettero autonomamente affrontare le difficoltà economiche, la carenza di abitazioni e il razzismo, in alcuni casi affidandosi ad associazioni religiose o chiese. Inizialmente non si parlò di ciò che era accaduto ai giapponesi americani dal 1942 al 1945, e addirittura alcune prove che indicavano che la deportazione fosse basata principalmente sulla razza e non su un pericolo concreto, vennero occultate dal Dipartimento di Giustizia. Il Presidente Roosevelt, che non si espose mai sulla vicenda, incoraggiò le famiglie a sparpagliarsi per il paese piuttosto che concentrarsi nuovamente in un unico stato, in modo tale da favorire il processo di reintegrazione. La consapevolezza e la rielaborazione di ciò che era successo arrivarono col tempo, anche presso la comunità giapponese; il rientro dei veterani di guerra aiutò il processo, così come le terze generazioni che iniziarono a chiedere ai genitori e ai nonni cosa fosse successo loro. Solo negli anni Ottanta fu stabilito, attraverso un report intitolato Personal Justice Denied, che l’Ordine Esecutivo 9066 non fu giustificato da alcuna necessità militare, e, sempre in quegli anni, il Presidente Reagan firmò il Civil Liberties Act che comprendeva scuse formali per l’evacuazione e l’incarcerazione e un risarcimento simbolico di 20.000 dollari per i superstiti dei relocation camps. E’ interessante notare come né gli italiani né il tedeschi vennero internati (tranne alcuni casi isolati di individui arrestati perché dichiaratamente pro Hitler), né furono oggetto di movimenti anti italiani o anti tedeschi; questo rafforza la tesi secondo cui l’incarcerazione dei giapponesi americani si basò esclusivamente sul razzismo, e sulla convinzione che i giapponesi o, più in generale gli asiatici, fossero troppo diversi e quindi inassimilabili in America, a differenza degli immigrati di origine europea. Alcuni dei giapponesi americani che vissero l’esperienza della segregazione sono rimasti attivi nella lotta per i diritti e le libertà civili, partecipando ad esempio alle manifestazioni contro gli arresti di massa degli americani musulmani dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre.

[1] 1833 nel Regno Unito, anche se il alcune colonie (come gli Stati Uniti) lo schiavismo continuò ad essere praticato fino alla fine del secolo.

Featured Image Source: http://www.biography.com/news/japanese-internment-survivors-stories-75th-anniversary-photos

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