La responsabilità storica del Giappone: il dibattito sulle comfort women e la possibile revisione del Kono Statement

   – Marta Barbieri

   Il passato coloniale del Giappone incide ancora oggi sulle sue relazioni con gli altri Paesi dell’Asia Orientale, in un modo che spesso la popolazione giapponese fatica a comprendere.

    Durante il suo recente viaggio in Asia, il Presidente statunitense Barack Obama ha esortato Giappone e Corea del Sud a lasciarsi alle spalle le tensioni passate; negli stessi giorni, l’Agenzia di Stato cinese Xinhua ha pubblicato nuovi documenti che testimoniano le atrocità commesse dall’esercito imperiale durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Quotidiano del Popolo, organo di stampa del Partito Comunista Cinese, ha riferito che i file diffusi contengono informazioni e dettagli circa il Massacro di Nanchino,[1] l’utilizzo di comfort women in bordelli imperiali e la condanna ai lavori forzati di prigionieri britannici e statunitensi. Particolarmente rilevanti sarebbero le informazioni emerse sulle cosiddette “comfort women” (o jūgun ianfu 従軍慰安婦, come sono chiamate in giapponese), prostitute al servizio dell’esercito imperiale.

    Comfort Women, prostitute al servizio dell’esercito imperiale

   Quella delle comfort women è una delle questioni che maggiormente infuocano il dibattito tra il Giappone e i suoi vicini, Repubblica Popolare Cinese e Corea del Sud in particolare.

    Con l’arrivo delle forze occidentali in Asia orientale alla fine del XIX secolo e l’instaurazione dell’era Meiji (1868), il Giappone iniziò un percorso con il quale intendeva mettersi al pari delle potenze occidentali e conquistare un posto tra i Paesi più influenti a livello globale. Per fare ciò, oltre allo sviluppo tecnologico, industriale ed economico, esso aveva bisogno di entrare in quello che Jeon (2011) definisce il “club” delle potenze coloniali, anche per incrementare l’accesso a risorse naturali, di cui è carente, ed espandere il suo modesto mercato interno.[2] Come primo passo volto alla conquista dell’Asia, il Giappone occupò quindi le isole di Takeshima; dopodiché, con la vittoria nel conflitto russo-giapponese del 1905, fece rientrare la penisola coreana nella sua sfera di influenza, ammettendola definitivamente nel 1910. Successivamente, diede il via all’avanzata in Cina, dapprima occupando e instaurando uno stato fantoccio in Mongolia e, in seguito, espandendo il suo controllo nella Cina nazionalista di Chiang Kai-shek.

    Quando lo sforzo bellico in Asia cominciò a farsi più intenso, l’esercito organizzò un suo personale servizio di prostituzione. Gli scopi di tale iniziativa erano tenere a freno l’incidenza di malattie veneree tra i soldati e, soprattutto, evitare che essi attaccassero e stuprassero in modo sistematico le donne dei territori colonizzati, o al fronte, come era successo a Nanchino nel 1937.

    Il reclutamento di ianfu cominciò quindi negli anni Trenta del XX secolo, per intensificarsi nei primi anni Quaranta. Inizialmente furono reclutate donne giapponesi che già svolgevano l’attività di prostitute prima della guerra, ma presto altre donne asiatiche, e in particolare coreane e cinesi, furono prese di mira per il “reclutamento” forzato. Lie (1997) spiega in modo dettagliato perché, a suo parere, furono donne dei Paesi occupati, e non giapponesi, a essere costrette alla prostituzione militare. Innanzitutto, la guerra era combattuta per la patria e per la famiglia, e l’ideologia patriottica era strettamente legata all’ideologia patriarcale: gli uomini giapponesi combattevano per proteggere le donne e i bambini mentre glorificavano la nazione e l’imperatore. Tale ideologia, ampiamente diffusa in quegli anni, impediva quindi di reclutare donne giapponesi come prostitute militari. Inoltre, fattori ideologici e istituzionali rendevano le donne coreane e cinesi perfette per lo sfruttamento sessuale: la “sessualizzazione” e la sottomissione sessuale del conquistato sono infatti un tratto comune attraverso le culture, sia passate sia presenti, e costituiscono un ulteriore passo verso la de-umanizzazione delle popolazioni dominate, nonché la loro identificazione come colonizzate e inferiori.

    “Ianfu worked as virtual sex machines. They had repeated intercourse as soldiers stood in line to be “serviced” without interruption. Needless to say, many women’s health conditions deteriorated. Forced against their will to become sexual serves, many were killed once they served their function. Some survivors were stranded in war fronts across Asia and the Pacific.“[3]

    Le controversie sulla responsabilità storica del Giappone

    Le sofferenze delle comfort women non ebbero termine con la sconfitta giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Molte, tra le sopravvissute, erano malate fisicamente e psicologicamente, ma erano costrette a tenere nascosti i traumi che avevano vissuto. Tornate a casa dopo il conflitto, non potevano più vivere con i genitori per via della loro “vergogna”. Nella società del secondo dopoguerra, anche quando riuscivano a sposarsi (spesso con uomini molto più vecchi di loro che le avrebbero presto lasciate vedove) difficilmente potevano vivere una vita coniugale normale: molte erano diventate sterili; altre erano costrette a divorziare nel momento in cui il marito veniva a conoscenza del loro passato.

    E’ ragionevole supporre che le popolazioni occupate dai giapponesi sapessero dell’esistenza di donne obbligate a prestare servizio come prostitute per l’esercito, anche se forse non erano a conoscenza delle loro effettive condizioni di vita e di sfruttamento. Lo stesso vale per i giapponesi, e in particolare per i soldati. Di fatto, documenti e pubblicazioni sulle comfort women divennero reperibili addirittura a partire dal 1947, sotto forma di libri, diari di soldati, film; il loro numero crebbe esponenzialmente durante gli anni Settanta. Eppure, per decenni queste donne non parlarono della loro esperienza. Il Trattato di pace di San Francisco del 1952, con cui si poneva ufficialmente fine alla Guerra in Asia e si raggiungevano accordi di pace tra il Giappone e i Paesi occidentali, non faceva cenno alla questione delle comfort women; il problema non venne sollevato neppure nei quattordici anni di trattative per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Corea del Sud e Giappone. Conseguentemente, non fu mai stabilita alcuna forma di riparazione o compensazione per queste donne.

   Fu solo a partire dalla fine degli anni Ottanta che si cominciò a dare rilievo alla questione, prima all’interno del dibattito diplomatico tra Corea del Sud e Giappone e, successivamente, anche a livello internazionale: inizialmente, il Governo giapponese rifiutò di ammettere il coinvolgimento dello Stato o dell’esercito nel reclutamento forzato delle comfort women e nella costruzione di comfort stations (i bordelli militari), dando la responsabilità a privati cittadini; tuttavia, fu costretto a correggersi in seguito alle scoperte del professor Yoshiaki Yoshimi, della Chūō University, il quale scoprì, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, dei documenti che provavano in modo inconfutabile le responsabilità dell’esercito giapponese. L’11 gennaio 1992 la notizia venne riportata dall’Asahi Shinbun.[4] Da quel momento nacquero sempre più gruppi di studio sulla questione, e sempre più comfort women (in prevalenza coreane, ma non solo) raccolsero il coraggio di testimoniare al mondo la loro esperienza. Altri fattori, quali la fine della Guerra Fredda, l’aumento dell’attenzione rivolta ai diritti umani e l’attenzione mediatica internazionale sugli stupri di massa portati avanti programmaticamente durante la Guerra dei Balcani contribuirono ancora di più alla trasformazione della questione delle comfort women da una disputa bilaterale tra Giappone e Corea del Sud e Giappone e Repubblica Popolare Cinese a un capitolo della problematica universale della violenza sessuale sulle donne in tempo di guerra.[5] In seguito a questi eventi, quindi, il Governo giapponese si vide per la prima volta costretto ad ammettere il coinvolgimento diretto dell’esercito imperiale nella costruzione e nell’amministrazione delle comfort stations, che fino a quel momento aveva negato.[6]

    La questione venne ampiamente pubblicizzata a livello internazionale, e aiutò sempre più vittime a parlare della loro esperienza. Il 4 agosto 1993 venne infine pronunciato lo storico discorso conosciuto come “Kono Statement”, dal nome dell’allora Segretario di Governo, Yohei Kono:

    The Government of Japan has been conducting a study on the issue of wartime “comfort women” since December 1991. I wish to announce the findings as a result of that study.

    As a result of the study which indicates that comfort stations were operated in extensive areas for long periods, it is apparent that there existed a great number of comfort women. Comfort stations were operated in response to the request of the military authorities of the day. The then Japanese military was, directly or indirectly, involved in the establishment and management of the comfort stations and the transfer of comfort women. The recruitment of the comfort women was conducted mainly by private recruiters who acted in response to the request of the military. The Government study has revealed that in many cases they were recruited against their own will, through coaxing coercion, etc., and that, at times, administrative/military personnel directly took part in the recruitments. They lived in misery at comfort stations under a coercive atmosphere.

   As to the origin of those comfort women who were transferred to the war areas, excluding those from Japan, those from the Korean Peninsula accounted for a large part. The Korean Peninsula was under Japanese rule in those days, and their recruitment, transfer, control, etc., were conducted generally against their will, through coaxing, coercion, etc.

   Undeniably, this was an act, with the involvement of the military authorities of the day, that severely injured the honor and dignity of many women. The Government of Japan would like to take this opportunity once again to extend its sincere apologies and remorse to all those, irrespective of place of origin, who suffered immeasurable pain and incurable physical and psychological wounds as comfort women.

   It is incumbent upon us, the Government of Japan, to continue to consider seriously, while listening to the views of learned circles, how best we can express this sentiment.

   We shall face squarely the historical facts as described above instead of evading them, and take them to heart as lessons of history. We hereby reiterated our firm determination never to repeat the same mistake by forever engraving such issues in our memories through the study and teaching of history.

   As actions have been brought to court in Japan and interests have been shown in this issue outside Japan, the Government of Japan shall continue to pay full attention to this matter, including private researched related thereto.[7]

    Il Kono Statement ha segnato un vero e proprio punto di svolta per il Giappone, non tanto nell’atteggiamento nei confronti della sua responsabilità storica (che anche in seguito è stata più volte negata e rinnegata dai Premier e politici che si sono succeduti), quanto perché per la prima volta un rappresentante dello Stato giapponese riconobbe ufficialmente e almeno in parte le responsabilità del suo Paese. Nonostante ciò, la questione delle comfort women rimase (ed è tuttora) estremamente controversa.

    Nel 1995, il Governo Murayama espresse il suo “profondo rammarico” per il colonialismo e la politica di aggressione in Asia, scusandosi in particolare con le vittime del sistema di schiavitù sessuale delle forze imperiali; collaborò all’istituzione di un Fondo, l’Asian Women’s Fund (AWF) che mirava a offrire scuse, compensazioni monetarie e supporto sanitario e di welfare alle vittime ancora in vita, ormai donne anziane tra i settanta e gli ottant’anni. La creazione di questo fondo, tuttavia, non soddisfece coloro che insistevano affinché lo Stato giapponese ammettesse appieno i crimini commessi. Infatti, esso era nato da un progetto congiunto tra Governo e popolazione giapponese, e si assumeva responsabilità morali più che legali. Ufficialmente, il Fondo era un’Organizzazione Non Governativa, ma riceveva finanziamenti dal Governo. Per questo, la sua natura è stata costantemente criticata: da una parte perché gruppi di attivisti, sia in Giappone sia all’estero, trovavano che lo AWF fosse solo un espediente utilizzato dal Governo giapponese per evitare di assumersi effettive responsabilità legali nei confronti delle vittime. Dall’altra parte perché, dal momento che il Fondo riceveva il sostegno del Governo, si temeva non potesse agire in completa autonomia come una ONG dovrebbe essere in grado di fare.

    La stessa popolazione giapponese è ancora oggi, in realtà, molto divisa in merito alla questione della sua responsabilità post-bellica nei confronti delle comfort women. C’è chi ritiene che, nel chiedere compensazioni, le sopravvissute siano mosse esclusivamente da motivi di veniale interesse economico; inoltre, molti appoggiano la posizione del Governo giapponese, secondo cui gli accordi firmati nel 1965, che avevano portato alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, avevano risolto tutte le questioni di riparazioni tra Corea del Sud e Giappone.[8] E’ in particolare questo atteggiamento del Governo giapponese, unito alle reiterate affermazioni di alcuni politici (che periodicamente, nonostante le evidenti prove contrarie, ribadiscono che non è possibile provare che l’esercito fosse coinvolto nel reclutamento di ianfu, né che esse fossero obbligate contro la loro volontà a prostituirsi) a infiammare il dibattito tra i due Paesi e a far crescere la tensione e l’animosità, soprattutto coreana, nei confronti del Giappone. In Corea del Sud, la storia del brutale dominio coloniale giapponese è insegnata approfonditamente già dalle scuole elementari; l’antipatia e la sfiducia dei coreani nei confronti dei giapponesi viene così fomentata, così come la convinzione che il Giappone manchi della volontà di compiere sforzi sinceri per riconoscere il proprio passato. Episodi come la controversia sui libri di testo di storia giapponesi[9] (che invece, contrariamente a quanto accade in Corea e Cina, trascurano le atrocità commesse dall’Impero in tempo di guerra), le ricorrenti negazioni degli ufficiali e dei politici giapponesi a proposito dei crimini commessi durante la guerra del Pacifico e le frequenti visite di diversi Primi Ministri giapponesi al santuario Yasukuni (dove, tra gli altri, sono seppelliti anche criminali di guerra di classe A) costituiscono significativi ostacoli al miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Corea del Sud e tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese.

    Il Giappone, dal canto suo, individua nei suoi vicini una certa tendenza a “sfruttare” i fatti del passato per promuovere il nazionalismo e distogliere l’attenzione mediatica dai problemi interni; sicuramente i media (soprattutto quelli cinesi) non si risparmiano nel ricordare in ogni occasione possibile il dramma dell’invasione. E’ però innegabile che il Giappone li aiuti ad alimentare la visione secondo la quale non riesce a venire a patti con il suo passato. Come già accennato, le dichiarazioni di Kono e Murayama non segnarono una svolta nell’approccio giapponese alle tematiche della guerra o delle comfort women: in diverse occasioni, dal 1995 a oggi, i politici giapponesi hanno ribadito il loro scetticismo circa la “supposta” coercizione di donne da parte dell’esercito imperiale. Recentemente, si è addirittura giunti a considerare la revisione del Kono Statement, in una mossa che ha, chiaramente, fatto infuriare Corea del Sud e Cina.

     Il nuovo Governo Abe e la possibile revisione del Kono Statement

    Nel febbraio 2014, poco più di un anno dopo la rielezione di Shinzo Abe a Primo Ministro del Giappone, la questione delle comfort women è tornata protagonista del dibattito diplomatico. Abe è famoso per le sue affermazioni controverse e le azioni pubbliche discutibili. In particolare, negli anni, e soprattutto durante il suo primo mandato come Premier (2006-2007), scatenò le proteste dei Paesi occupati durante la Seconda Guerra Mondiale con ripetute visite ufficiali al santuario Yasukuni.

    Secondo quanto riportato dall’Asahi Shinbun il 21 febbraio 2014, Nobuo Ishihara, vicesegretario di Governo e tra gli ufficiali che contribuirono alla stesura del Kono Statement, avrebbe dichiarato che “none of the materials available to us backed up the allegations that the Japanese Government and military were directly involved in coercive recruitment”.[10] Lo Statement sarebbe stato proclamato in risposta alla crescente pressione per il rafforzamento dei legami con la Corea del Sud, ma non sarebbe basato su fonti attendibili. In seguito alla denuncia fatta al Giappone da un gruppo di ex ianfu nel 1991, crebbero le pressioni affinché il Governo investigasse per fare luce, una volta per tutte, sulla disputa storica delle comfort women. Poiché il Ministero del Welfare, che era l’ufficio incaricato di risolvere questioni relative alla guerra, dichiarò di non possedere documenti sull’argomento, Ishihara e altri ministri avrebbero iniziato a raccogliere nuovi materiali, senza però trovare documenti che comprovassero il reclutamento di donne contro la loro volontà. Fu per questo motivo, secondo la ricostruzione di Ishihara, che gli ufficiali giapponesi cedettero alle richieste della Corea del Sud e ascoltarono le testimonianze personali di sedici ex comfort women coreane. Stando a quanto riportato da Ishihara, il Kono Statement venne finalizzato in seguito alle loro testimonianze. Pertanto, conclude egli, le dichiarazioni del 1993 si basano solo sulla testimonianza personale delle vittime, ma non sono confermate da documenti o altre fonti completamente “attendibili”.

    In seguito alle dichiarazioni di Ishihara, il Segretario di Governo Yoshihide Suga ha accennato alla possibilità che il Governo giapponese decidesse di riesaminare le testimonianze che portarono alle scuse formali concesse dal Giappone 21 anni fa. Ovviamente le reazioni sono state molto forti. I quotidiani sudcoreani hanno dato ampio risalto ai commenti di Suga, e il Governo di Seoul ha esortato Tokyo a non iniziare nuove indagini, il cui unico risultato sarebbe stato quello di infliggere ulteriore dolore alle sopravvissute, ormai molto anziane. “The investigation would be tantamount to destroying the foundation for sharing the correct view of history, which formed the basis of (our) bilateral relations”,[11] e porterebbe all’isolamento del Giappone da parte della comunità internazionale. Il Giappone dovrebbe invece, secondo quanto dichiarato dal Presidente coreano Park Geun-hye, seguire l’esempio della Germania, che dopo aver espresso rimorso per i suoi crimini passati è tornata ad essere un membro importante e rispettato della comunità internazionale. Il Ministro degli Esteri Yun Byung-se ha affrontato la questione addirittura al meeting delle Nazioni Unite sui diritti umani all’inizio di marzo, dichiarando che il Giappone stava insultando l’onore e la dignità delle vittime.[12]

    Anche la Repubblica Popolare Cinese, com’era prevedibile, ha reagito condannando la mossa giapponese; i rapporti tra i due Paesi sono stati particolarmente freddi recentemente, a causa delle dispute territoriali riguardo delle isole nel Mar Cinese Orientale (su cui entrambi reclamano la sovranità) e la visita dello scorso anno al santuario Yasukuni del Premier Abe.

   Anche all’interno dello stesso Giappone voci autorevoli si sono espresse contro la revisione della dichiarazione. Tomiichi Murayama, Primo Ministro dal 1994 al 1996, ha difeso le basi e le fonti utilizzate per stilare il Kono Statement; ha sconsigliato ogni mossa che potrebbe portare a una rinnegazione delle dichiarazioni con cui, nel 1995, il Giappone offriva “heartfelt apology” per le azioni commesse nel corso del dominio coloniale, che portò a “tremendous damage and suffering”.[13] Quello delle comfort women è ormai da considerare un caso connesso alla problematica generale dei diritti umani, e non una faccenda riguardante i soli rapporti bilaterali del Giappone con i suoi vicini asiatici. Lo dimostra il fatto che il Ministro degli Esteri coreano abbia portato la faccenda all’attenzione delle Nazioni Unite. Sarebbe quindi impensabile e poco saggio per Abe rinnegare una dichiarazione che, ha puntualizzato Murayama, è stata ratificata da tutti i Premier giapponesi, a qualsiasi schieramento politico appartenessero, dal 1993 a oggi, Abe compreso.

      Conclusioni

     E’ risaputo che il Giappone ha difficoltà a venire a patti con il suo passato imperialista: molte delle questioni che complicano le sue relazioni con gli altri Paesi dell’Asia Orientale e Sudorientale vengono spesso trattate in modo superficiale (se non ignorate del tutto) nelle lezioni di storia delle scuole giapponesi; il risultato è che le generazioni che non hanno vissuto la guerra non comprendono (o pensano che non li riguardino da vicino) i problemi che il passato pone nella costruzione di relazioni amichevoli con gli altri Stati asiatici.

     La questione dei libri di storia, le visite dei Primi Ministri al santuario Yasukuni, le dispute territoriali che sono rimaste irrisolte dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’apparente incapacità del Giappone di scusarsi per il suo passato militarista minano la fiducia dei Paesi asiatici nei confronti del Giappone.

    Recentemente, uno degli ufficiali che contribuirono alla stesura del Kono Statement nel 1993, con cui il Giappone si scusava ufficialmente per i crimini commessi nei confronti delle comfort women (donne reclutate forzatamente per servire come prostitute nei bordelli militari imperiali) ha messo in discussione l’affidabilità delle fonti utilizzate per la Dichiarazione; in seguito a ciò, il Segretario di Governo ha ventilato la possibilità di revisionare la Dichiarazione. Il Kono Statement è considerato una svolta epocale nell’atteggiamento giapponese nei confronti del suo passato, ed è stato ratificato da tutti i Primi Ministri che si sono succeduti alla guida del Giappone dal 1993 a oggi. La possibilità di una sua revisione ha destato molte preoccupazioni, non solo in Asia Orientale, ma anche negli Stati Uniti. Cina, Corea del Sud e Sudest asiatico, in particolare, poiché soggetti diretti delle politiche imperialiste del Giappone nella prima metà del XX secolo, continuano a temere un suo possibile riarmo e una sua nuova politica di aggressione in Asia. Questo nonostante l’articolo 9 della Costituzione del Giappone dichiari la sua rinuncia alla guerra e al possedimento di forze armate d’offesa. Del resto, si è parlato diverse volte (e se ne sta discutendo di nuovo proprio in questi giorni) della possibilità di revisionare la Costituzione per permettere al Giappone di avere un esercito vero e proprio; nonostante i principi pacifisti, inoltre, il budget giapponese per la Difesa è estremamente alto. Si è temuto più volte che le tensioni per il controllo delle isole Senkaku (contese tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese) o per le isole di Takeshima (rivendicate anche dalla Corea del Sud) potessero sfociare in conflitto.

    Infine, probabilmente a causa della pressione esercitata dagli Stati Uniti, il 10 marzo il Segretario di Governo Yoshihide Suga ha dichiarato che il Giappone non apporterà revisioni al Kono Statement. Questa dichiarazione è stata poi ribadita anche dal Primo Ministro Abe il 14 marzo, come riportato sul sito del MOFA (Ministry of Foreign Affairs of Japan):

    With regard to the comfort women issue, I am deeply pained to think of the comfort women who experienced immeasurable pain and suffering, a feeling I share equally with my predecessors. The Kono Statement addresses this issue. This statement was issued by Chief Cabinet Secretary, and, as my Chief Cabinet Secretary Suga stated in press conferences, the Abe Cabinet has no intention to review it.

    Abe non ha comunque mancato di rimarcare, in questa stessa occasione, che we must be humble in front of history. The issues of history should not be politicized or be turned into a diplomatic issue. Research on history should be entrusted to experts and historians”. Queste affermazioni suonano, da una parte, come un non troppo velato riferimento alle amministrazioni dei suoi vicini, e soprattutto a quella cinese, più volte accusate di strumentalizzare il passato per fomentare sentimenti di nazionalismo e distogliere l’attenzione della popolazione dai problemi interni del Paese. Da un’altra parte, nel dichiarare che “la ricerca storica dovrebbe essere affidata a storici ed esperti”, Abe sembrerebbe lanciare una nuova accusa alla credibilità delle testimonianze fornite dalle ex comfort women per la stesura del Kono Statement. Lo stesso Suga il 10 marzo aveva dichiarato che il Giappone avrebbe condotto delle ricerche sulle modalità di compilazione del Kono Statement, anche se non l’avrebbe revisionato. Tali dichiarazioni sembrano voler rendere esplicita la posizione giapponese secondo la quale il Kono Statement verrà mantenuto non per la sua veridicità e accuratezza storica (che, anzi, viene ancora una volta messa in dubbio), ma per sole ragioni diplomatiche. Ciò ha chiaramente scatenato nuove proteste da parte della Corea del Sud, ed è forse in questa cornice che si può inserire la scelta cinese di pubblicare, a fine aprile, nuovi documenti comprovanti la politica imperiale giapponese nei confronti delle schiave sessuali della Seconda Guerra Mondiale. Pare che i documenti resi ora pubblici, infatti, fossero stati ritrovati già nel 1953 a Changchun, nella provincia del Jilin, in Cina. Tuttavia, la loro traduzione è cominciata soltanto nel 2013.

    L’atteggiamento del Giappone non rende semplice, per i suoi vicini, lasciarsi il passato alle spalle: i costanti tentativi di “ripulire” la sua storia non venendo a patti con essa e accettandola (come invece ha fatto la Germania), ma negandola ed evitando di insegnarla alle nuove generazioni è eclatante. Sicuramente può essere vero che Cina e Corea del Sud “sfruttino” la situazione per fini nazionalistici, ma è comprensibile che l’atteggiamento negazionista del Giappone causi preoccupazioni, soprattutto a fronte delle dispute territoriali ancora in corso, del tentativo di Abe di modificare la Costituzione pacifista del suo paese e dei suoi tentativi di incrementare la potenza militare (anche se ufficialmente solo difensiva) del Giappone.

    Un passaggio del Kono Statement dichiarava che:

  We shall face squarely the historical facts as described above instead of evading them, and take them to heart as lessons of history. We hereby reiterated our firm determination never to repeat the same mistake by forever engraving such issues in our memories through the study and teaching of history.

    A fronte della distanza tra quanto dichiarato ventuno anni fa e l’atteggiamento presente del Giappone, è facile capire perché la sfiducia asiatica nei suoi confronti abbia radici profonde, e perché ci vorrà molto tempo per poterle estirpare completamente.

[1] Con Massacro di Nanchino (o, come viene spesso definito in inglese, “Rape of Nanjing”) ci si riferisce a uno degli episodi più controversi della guerra di occupazione della Cina. Al loro ingresso nella città di Nanchino, nel dicembre 1937, le truppe giapponesi si abbandonarono ad atrocità (stupri, assassinii), non si sa fino a che punto “spontanee” e quanto invece “programmate”, sulle truppe cinesi e sui civili; la situazione si protrasse per diverse settimane.

[2] Sang-sook JEON, The characteristics of Japanese Colonial Rule in Korea, The Journal of Northeast Asian Studies vol. 8 n.1 (estate 2011), p. 41

[3] LIE, John, The State as a Pimp: Prostitution and the Patriarchal State in Japan in the 1940s, The Sociological Quarterly, vol. 38 No. 2, primavera 1997

[4] John W. DOWER, Sensō Daughters by Noriko Sekiguchi, book review, The Journal of Asian Studies, Vol. 51 n.3 (Agosto 1992)

[5] Sarah SOH, Japan’s Nationals/Asian Women’s Fund for “Comfort Women”, University of British Columbia, Pacific Affairs Vol. 76 No.2 (estate 2003)

[6] David E. Sanger, Japan Admits Army Forced Koreans to Work in Brothels, The New York Times 14 gennaio 1992

[7] Tratto dal sito web del MOFA (Ministry of Foreign Affairs of Japan); testo consultabile a questa pagina.

[8] Sarah SOH (2003), ibid.

[9] Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale cominciarono i dibattiti, ancora attuali, su cosa i libri di storia giapponesi debbano contenere, e quali fatti debbano invece tacere. Per tre decenni, fino agli anni Ottanta, il dibattito sui libri di testo rimase però limitato alla sfera politica interna. Tale dibattito acquisì rilievo internazionale a partire, in particolare, dal 1982, in seguito alle denunce fatte dalla stampa cinese a proposito delle interferenze del Ministero dell’Educazione giapponese sulla stesura dei libri di testo. La fase più recente della controversia sui libri di testo iniziò nel 2001, quando un testo di stampo revisionista e conservatore redatto dalla Atarashii Rekishi Kyōkasho wo tsukuru Kai 新しい歴史教科書を作る会, cioè la Commissione per la Redazione di nuovi Libri di Testo di Storia, spesso accusata di cercare, attraverso i libri di testo da essa redatti, di riscrivere e “ripulire” la storia giapponese, ottenne l’approvazione ufficiale del Ministero dell’Educazione per il suo utilizzo negli istituti scolastici.

[10] Asahi Shinbun, Kono statement drafter: No records of military coercicion in recruiting ‘comfort women’, 21 febbraio 2014

[11] Asahi Shinbun, Tokyo hints it will re-examine accounts by former ‘comfort women’ to verify credibility, 22 febbraio 2014

[12] Martin Fackler, Japan won’t Alter Apology to World War II Sex Slaves, The New York Times, 10 marzo 2014

[13] Il testo del cosiddetto Murayama Statement è consultabile in inglese, giapponese, cinese e coreano sul sito del MOFA: Statement by Prime Minister Tomiichi Murayama
“On the occasion of the 50th anniversary of the war’s end”
(15 August 1995)

 

(Featured Image source: Wikimedia commons)

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