Pace, sushi e patate: due mondi diversi, una comune scelta antimilitarista

Stefania Giannoulidis

Occidente e Oriente. Europa e Asia. Cristianesimo e scintoismo. Patate e sushi. Facendo un primo brainstorming su Germania e Giappone, affiorano alla mente solo immagini contrastanti: due Paesi lontani l’uno dall’altro, dai valori disparati e dalle culture differenti, due grandi potenze della global governance, appartenenti a diversi equilibri regionali e separate tra loro da migliaia di chilometri. Ad una seconda riflessione, ecco che un’immagine comune inizia a prendere forma, un’immagine in bianco e nero che rievoca i ricordi più inquietanti della storia globale. Ebbene sì, l’accostamento dei nomi di Germania e Giappone, riporta inevitabilmente alla memoria le tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Negli armadi tedeschi e giapponesi si possono trovare gli stessi temibili scheletri: regimi totalitaristi, aggressione militare, sconfitta clamorosa e occupazione alleata. Tuttavia, è proprio dalla catastrofica sconfitta e dalle ceneri dell’antico militarismo che sorgono i punti di contatto più inediti dei due Paesi. Infatti, nel secondo dopoguerra, in parte rispondendo positivamente agli sforzi degli alleati e in parte optando per una politica di consapevole rifiuto del proprio tragico passato, entrambi si incamminarono sulla via dell’antimilitarismo, sviluppando un fortissimo sentimento di diniego verso ogni forma di intervento armato. Tale sentimento impregnò le identità nazionali tedesche e giapponesi, diventando parte costitutiva delle rispettive culture politiche. In linea con i suddetti precetti antimilitaristi, le politiche di sicurezza intraprese dai due governi puntarono allo stretto rapporto con le Nazioni Unite: questa organizzazione internazionale rappresentò negli anni non solo il forum che permise loro di perpetrare le proprie politiche antimilitariste, ma anche la piattaforma di lancio per riottenere un posto onorato nella società globale.
Antimilitarismo e ONU, quindi. Questa è la via concordemente intrapresa dai due Paesi, quella che rende interessante l’analisi comparativa tra queste terre lontane, entrambe trasformate da signore della guerra a garanti della pace.

Una politica di sicurezza incentrata sull’ONU

È bene sottolineare come il “sentimento antimilitarista” giapponese e tedesco, non fu mai qualcosa di puramente astratto paragonabile ad una corrente di pensiero. Tutt’altro. Tale valore divenne subito effettivo anche da un punto di vista giuridico dal momento che fu inserito sia nella Costituzione giapponese (Articolo 9), sia nel Grundgesetz tedesco (Articoli 24 e 87a). La norma dell’antimilitarismo divenne quindi parte fondante delle agende di politica estera dei due governi, influenzando, fino ai giorni nostri, le scelte strategiche in tale campo. Come già accennato, questa norma portò i due Paesi a focalizzare la propria politica estera intorno al garante della pace per eccellenza: l’ONU. Questa organizzazione permise ai due stati di ricrearsi una nuova immagine ripulita, per quanto possibile, dalle indelebili macchie del passato, di mantenersi sulla via dell’antimilitarismo e, contemporaneamente, di ritagliarsi un nuovo importante spazio nella governance globale. L’ingresso nell’organizzazione avvenne in momenti diversi per i due Paesi, rispettivamente nel 1956 per il Giappone (una volta normalizzati i rapporti con la Russia) e nel 1973 per la Germania (o meglio, ai tempi, per le due Germanie BRD e DDR, mentre la Germania unita entrerà a pieno titolo solo nel 1990). Il resto del mondo accolse con entusiasmo il nuovo pacifismo nippo-tedesco, essendo la smilitarizzazione e la democratizzazione dei due Paesi nemici il primo obbiettivo degli Alleati subito dopo la guerra. L’antimilitarismo tedesco e giapponese poté poi protrarsi negli anni anche grazie alla protezione offerta dall’ombrello nucleare statunitense che, non senza il proprio tornaconto, risparmiò ai due Paesi la necessità di difendersi con le proprie forze.
Ben presto però la situazione mondiale si ribaltò: con l’avvio della Guerra Fredda venne identificato nel comunismo il nuovo nemico da combattere. In questo inaspettato congelamento del normale corso delle relazioni internazionali, una Germania e un Giappone inermi sarebbero stati solo un peso per gli alleati. Fu così che gli sforzi nei loro confronti passarono repentinamente dal contenimento alla ripresa, non solo economica, ma addirittura militare. Si trattava di un drastico reverse course, grazie al quale i due Paesi ricominciarono a crescere economicamente e ripristinarono piano piano la propria posizione negli affari globali. La scelta di entrambi i governi, tuttavia, si orientò verso il mantenimento della propria politica di sicurezza UN-centred: il pilastro dell’antimilitarismo rimase ben saldo in entrambi i Paesi, radicato sempre più profondamente nella cultura politica di entrambi i popoli.

Civilian powers sotto accusa:
quando l’antimilitarismo non è più visto di buon occhio

Durante la Guerra Fredda l’impegno giapponese e tedesco all’interno delle Nazioni Unite crebbe esponenzialmente. Un incremento attestabile soprattutto a livello finanziario: già nel 1990 il Giappone era il secondo finanziatore dell’organizzazione (dopo gli USA, ovviamente) e la Germania, nello stesso anno, nonostante le enormi spese da affrontare in patria per la riunificazione, si aggiudicava il quarto posto nella classifica. La partecipazione a livello umano nelle operazioni di pace sponsorizzate dall’organizzazione fu però inizialmente assente. Un’assenza motivata, per l’appunto, dai valori antimilitaristi. Questi ultimi valsero alle due nazioni l’etichetta di civilian powers, vale a dire Paesi caratterizzati da una fortissima riluttanza a diventare parte attiva negli affari militari di sicurezza internazionali e dalla volontà di trasferire parte della propria sovranità in ambito di sicurezza alle istituzioni sovranazionali, prima fra tutte l’ONU. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, tale etichetta non mantenne sempre un’accezione completamente positiva. Questo perché negli anni Novanta Germania e Giappone erano ormai considerati alla stregua di grandi potenze, che non potevano permettersi il lusso di rimanere fuori dai giochi internazionali. Le prime aspre critiche colpirono i due Paesi all’indomani della Guerra del Golfo, che vide la partecipazione tedesca e giapponese limitata alla checkbook diplomacy, indubbiamente molto generosa, ma non ritenuta nemmeno lontanamente sufficiente agli occhi del resto del mondo. Se in precedenza la totale astensione giapponese e tedesca dagli affari di sicurezza globale era stata internazionalmente apprezzata, lo stesso atteggiamento provocò in quest’occasione l’irritazione planetaria. A quest’ultima fece eco una nuova consapevolezza da parte dei due governi criticati in merito alla loro posizione che andava, almeno in parte, rivista. La Guerra del Golfo fu quindi il catalizzatore per l’evoluzione delle politiche di sicurezza dei due Paesi. Difatti, da questo momento ebbe inizio, in entrambe le nazioni, un’interminabile trafila di “tira e molla” che accompagnarono ogni piccolo passo avanti nella sicurezza globale, percepito come troppo audace. I due Paesi iniziarono a trovarsi schiacciati tra due poli: da un lato l’opinione pubblica, armata dei valori antimilitaristi e dei limitazioni costituzionali, che cercava di mantenere lo status quo; dall’altro il resto del mondo (gli USA in prima linea) che esigeva una maggiore partecipazione negli affari del mondo da parte di quelli che ormai erano giganti economici e nani politici.
È pur vero che i governi giapponese e tedesco stessi desideravano avere un ruolo importante a livello globale. Tale desiderio venne in superficie, ad esempio, all’interno delle Nazioni Unite con la richiesta di ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, espressa nel 1992 dalla Germania e un anno dopo dal Giappone. Essi si resero conto però, che per ottenere tale posto, o almeno per avere qualche possibilità di ottenerlo in futuro (dato che a tutt’oggi non è stata intrapresa alcuna riforma dell’organizzazione e dei suoi organi), dovevano per lo meno iniziare a fornire contributi umani per la sicurezza internazionale: il mero contributo economico non bastava più. Entrambe le amministrazioni cominciarono quindi a smuoversi dal loro immobilismo antimilitarista. Il Giappone emanò la PKO law che permise l’invio delle SDF in un’operazione di peacekeeping in Cambogia, sebbene con compiti limitati. Anche la Germania iniziò a partecipare attivamente a tali operazioni e, senza la necessità di emanare nuove leggi, inviò la bundeswehr in Somalia. Le continue critiche di incostituzionalità di tali operazioni portarono la Corte Costituzionale Federale a esprimere il proprio verdetto finale giudicando le operazioni di peacekeeping svolte sotto un mandato NATO o ONU come conformi al Grundgesetz e pertanto legali.

Ultimi anni Novanta: antimilitarismo in crisi?

Verso la fine degli anni Novanta, poi, entrambi i Paesi fecero alcuni significativi passi avanti che sembrarono imboccare la via dell’abbandono dei principi antimilitaristi. Il Giappone introdusse nel 1999 le Revised Guidelines for United States-Japan Defence Cooperation che permettevano alle SDF di entrare in azione in tutte le questioni riguardanti la sicurezza del Paese nelle aree circondanti il Giappone. Questa definizione, dai caratteri molto vaghi, stava ad indicare la volontà di non circoscrivere con chiarezza un’area d’azione della SDF, lasciando quindi il governo libero di decidere di volta in volta se intervenire o meno a seconda della convenienza. La Germania si spinse ancora oltre: dopo aver partecipato alle operazioni in Bosnia, prese parte ad un attacco aereo in Kosovo guidato dagli USA che non era stato precedentemente approvato dal Consiglio di Sicurezza. Quindi non solo partecipò ad un conflitto armato, ma addirittura agì contro le direttive ONU. Dalle motivazioni fornite dal governo tedesco per giustificare tale intervento, si possono comprendere quali furono le forze che indussero il Paese ad allontanarsi dal proprio totale antimilitarismo. Primo, la Germania si sentiva obbligata a intervenire per fermare le tragedie umane che avevano luogo in Kosovo. Essa non poteva restare indifferente alle violazioni dei diritti umani, spinta dal suo motto Nie wieder Auschwitz! (mai più Auschwitz!). Secondo, la questione in ex Yugoslavia avrebbe potuto minare l’equilibrio europeo e il governo tedesco non poteva assolutamente permettere che ciò accadesse. Al fine di un’analisi comparativa, è interessante esplicitare come le forze che spinsero la Germania al superamento dei propri limiti siano diverse da quelle che agirono efficacemente sul governo nipponico per condurlo nella stessa direzione. I passi avanti compiuti dal Giappone furono indotti principalmente dalla pressione statunitense alla quale il governo giapponese scelse sempre di andare incontro. L’alleanza e la protezione che gli USA offrivano al Paese erano assolutamente irrinunciabili e la paura dell’abbandono statunitense rappresentava ancora il fattore maggiormente determinante nel convincere l’opinione pubblica. In secondo luogo, erano i disequilibri regionali a innescare timore nel popolo giapponese e a riorientarlo verso l’accettazione dell’uso della forza almeno in funzione difensiva. Al contrario, la Germania agiva su una spinta che potrebbe in un certo senso definirsi opposta: non per timore dei propri vicini europei, ma per timore che un qualche dissidio potesse minare l’equilibrio tra di essi, dato che il mantenimento dell’integrazione europea era la prima preoccupazione tedesca. La seconda giustificazione che il governo apportava per i suoi interventi riguardavaa il fatto che la Germania, conscia del proprio passato, si sarebbe impegnata affinché le tragedie umanitarie nel mondo avessero termine. Questo principio comportava un intervento diretto nei conflitti, allo scopo di porre fine a tali tragedie, e il conseguente dilemma derivante dall’apparente abbandono del precetto antimilitarista.

La dura sfida della guerra al terrorismo

Nel corso degli anni emersero numerosi dilemmi che costrinsero una volta l’uno, una volta l’altro Paese a fare un passo avanti verso la normalizzazione. Gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 e la guerra al terrorismo rappresentarono la sfida più dura per i due civilian powers, e per la loro cultura antimilitarista. Essi seguirono traiettorie diverse ma dovettero comunque rivedere almeno in parte le proprie politiche di sicurezza internazionali. Al grido di guerra di Bush, che richiamava all’attenti tutto il mondo civilizzato, non potevano non rispondere Germania e Giappone, nazioni che da una prospettiva globale erano a pieno titolo due tra stati più importanti dopo gli USA. La guerra contro l’Afghanistan, terra colpevole di proteggere bin Laden, Al qaeda e i terroristi, venne universalmente giustificata. Il Giappone, con Koizumi alla sua guida, fece il possibile per sostenere Bush e la sua guerra senza tuttavia erodere del tutto il principio antimilitarista. Venne emanata, con estrema rapidità, la Antiterrorism special measures law, che permetteva alle SDF di fornire supporto logistico alle operazioni militari contro il terrorismo. Nonostante l’opposizione del popolo giapponese, le navi delle MSDF vennero infatti inviate a operare nell’Oceano Indiano. Anche la Germania partecipò cospicuamente alla lotta contro il terrorismo, erigendo il proprio campo nelle regioni più tranquille dell’Afghanistan del Nord, laddove la Bundeswehr poté occuparsi di ricostruire il Paese, senza mettere mano alle armi. Il contingente tedesco rappresentava il terzo per dimensione, ma venne criticato per la severità delle regole da esso seguite e la limitatezza delle azioni praticabili: insomma, per quelle misure che lo tenevano ancora legato alla sua identità di civilian power.
Se in questa prima parte della guerra le reazioni dei due Paesi in oggetto fu molto simile, in seguito essi seguirono traiettorie divergenti. La guerra di Bush contro l’Iraq riconfermò la fedeltà giapponese al suo alleato maggiore e raffreddò invece i rapporti transatlantici tedesco-statunitensi. Mentre Koizumi, aggirando l’opposizione dell’opinione pubblica, si schierò nuovamente a fianco del suo alleato più prezioso e inviò addirittura un contingente di GSDF nella regione, in Germania, Schröder reagì in modo completamente diverso. Egli fece del suo “no” a Bush e alla guerra in Iraq la bandiera politica della sua campagna elettorale. Rimase fermo e determinato nelle sue posizioni, senza subire le pressioni americane, e accettò di partecipare nelle operazioni di ricostruzione del Paese solo nell’ambito delle operazioni condotte dalla NATO sotto mandato ONU. La Germania causò così un raffreddamento delle relazioni transatlantiche e un rafforzamento dei suoi pilastri: multilateralismo e ONU.

Si può ancora parlare di civilian powers nel terzo millennio?

A questo punto potrebbe sembrare che la Germania si sia mantenuta sulla linea antimilitarista e che il Giappone invece se ne sia distanziato. Tuttavia, con il cambio del governo nel 2005 e l’ascesa della CDU con la cancelliera Angela Merkel, i rapporti con gli USA ritornarono ad essere un punto importante dell’agenda politica tedesca. Uno dei primi obbiettivi della cancelliera era infatti quello di ricucire le relazioni transatlantiche, riconoscendo quanto fondamentale fosse qusta alleanza non solo a livello Germania-USA ma anche a livello Europa-USA. Rimangono un punto interrogativo i cambiamenti cui tale rinnovata alleanza potrebbero condurre nell’ambito della sicurezza. Il Giappone invece, con lo spalleggiamento da parte di Koizumi a Bush, noncurante dell’opinione pubblica e della sua forte opposizione alla guerra, lasciò presagire un abbandono dei principi antimilitaristi. Alcuni studiosi ritennero che oramai il popolo giapponese fosse pronto ad accettare qualsiasi passo avanti verso la normalizzazione del Paese. Tuttavia, i desideri di modifica della Costituzione e dell’articolo 9 portati avanti da Abe, successore di Koizumi, non vennero affatto condivisi dal popolo giapponese che premiò invece il partito democratico portandolo alla vittoria alla Camera Alta nel 2007 e alla Camera Bassa nel 2009. Osservando i punti della campagna elettorale che portarono Hatoyama alla vittoria (tra i quali ricordiamo la fine dell’operazione nell’Oceano Indiano, il riavvicinamento ai vicini asiatici e lo spostamento della base militare di Futenma), si poteva dedurre che il popolo giapponese desiderava avere un rapporto più paritario con gli USA e continuare a mantenersi sulla retta via del civilian power. Questa svolta storica rivelava, che le previsioni di un popolo giapponese pronto ad accettare di avere un esercito normale e di modificare la costituzione, erano nettamente sbagliate. L’opinione pubblica pare tuttavia orientata a mantenere lo status quo anche per quanto riguarda il rapporto con gli USA. A riprova di ciò, le recentissime elezioni hanno visto tornare al potere Abe (LDP) il quale ha iniziato il suo mandato sostenendo che è necessario rafforzare i rapporti con gli USA. Non è impossibile, quindi, che la stretta alleanza porti a rinnovate pressioni sul governo giapponese perché aumenti ulteriormente il proprio impegno militare.
Per quanto riguarda, infine, il rapporto dei due Paesi con le Nazioni Unite, esso continua ad essere più che mai proficuo. Dal punto di vista finanziario Giappone e Germania offrono rispettivamente il secondo e il terzo contributo al budget regolare, assestandosi, quindi, in un posto più alto rispetto ai membri del Consiglio di Sicurezza, eccezion fatta per gli USA. Tuttavia, il loro desiderio più ambito, ovvero quello di ottenere la permanent membership in tale organo elitario, non sembra per il momento facilmente raggiungibile. Lo sforzo riformatore dei due Paesi, così come il loro impegno a livello di aiuti umanitari e di peacekeeping, rimane comunque degno di nota e non è proprio di nessun altro stato membro.
Certo, ora la domanda che sorge spontanea è la seguente: per quanto ancora due dei pilastri del new world order dall’insostituibile peso politico ed economico, quali sono Germania e Giappone, potranno continuare a mantenere vivi i propri precetti antimilitaristi? In molti si chiedono se già non se ne siano allontanati e se i rispettivi governi citino i principi antimilitaristi solo come specchietto per le allodole per tenere buona l’opinione pubblica. Questa è la conclusione a cui si potrebbe giungere se ci si attiene ai passi avanti compiuti dai due Paesi in ambito militare e di sicurezza. Tuttavia, se ci si concentra sui numerosi limiti ancora esistenti in entrambi gli ambiti sopracitati, ritengo si possa sostenere che Germania e Giappone si stiano ancora mantenendo sulla via dei civilian powers. La norma dell’antimilitarismo è tutt’ora propria di entrambe le culture, solo non così invalicabile come un tempo. Com’è ovvio, occupando un ruolo fondamentale all’interno della governance globale, i due Paesi non possono seguire politiche di sicurezza indipendenti dagli equilibri in cui sono inseriti. Possono però perpetrare i propri valori e continuare il proprio sforzo riformista all’interno delle Nazioni Unite. Riusciranno le norme dei civilian powers a conciliarsi con le sfide del terzo millennio? Questo rimane un interessante interrogativo. Teniamo gli occhi aperti e stiamo ad osservare come si evolvono gli eventi.

(Feature image: Wikimedia commons)

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