Amici oltreoceano: esperienze migratorie a confronto. I giapponesi in Perù e in Brasile e il loro ritorno

Chiara Galvani

Aunque nos separen muchos miles de millas marinas, Japón y Perú son países vecinos.[1]

Brazil is literally on the opposite side of the world from Japan. However they have built a 

“dynamic bridge of migrations”.[2]

Come scrissero gli scrittori Mario Vargas Llosa e Karen Tei Yamashita il Giappone si trova a migliaia di miglia di distanza dal Perù e agli antipodi del Brasile, tuttavia è riuscito a creare un legame speciale con questi due Paesi. Questo è stato possibile grazie alla presenza oltreoceano dei suoi cittadini, detti nikkei (日系、にっけい).

Nikkei è un termine vasto che comprende diversi gruppi al suo interno, sia i primi giapponesi emigrati oltreoceano sia i loro discendenti. Questi ultimi, infatti, sono riusciti a mantenere un legame particolare con la madrepatria, nonostante talvolta abbiano solo una conoscenza indiretta del Giappone.

Il fenomeno nikkei interessa diversi Stati dell’America Latina e non solo, ma  i casi peruviano e brasiliano risultano particolarmente significativi. Il Perù e il Brasile, infatti, sono i due Paesi che ospitano le comunità giapponesi più importanti dell’America Latina. Il primo vanta sul suo territorio la comunità più antica; che si stabilì in Perù nel 1899 ed è riuscita a  far eleggere un suo cittadino alla presidenza del Paese. Il secondo, invece, vanta la colonia di migranti più numerosa; con 1.500.000 discendenti[3] giapponesi che, a partire dal 1908 si sono integrati sempre più nel tessuto sociale brasiliano, fino a diventare un “gruppo modello” di riferimento.

Proprio per queste loro peculiarità e per il fatto che Perù e Brasile costituiscono le economie dell’America Latina che si sono sviluppate maggiormente negli ultimi anni, i casi di questi due Paesi sono tra i più interessanti nel panorama della diaspora giapponese. Lo Stato giapponese ha manifestato e manifesta tuttora un interesse particolare nei confronti di queste comunità; a differenza di altri movimenti migratori il supporto della madrepatria è stato pressoché costante,  nella convinzione che  questi discendenti giapponesi potessero avere una funzione di “ponte” tra i due Paesi[4]

La dinamica che portò alla nascita di queste due comunità è molto simile, come simile è il ruolo di intermediarie che svolsero nelle relazioni tra il Giappone e il Paese ospitante.

Quando si tratta il tema delle migrazioni spesso ci si focalizza sulla loro dinamica e sull’impatto che ebbero sulle relazioni tra i Paesi coinvolti e si tende a ignorare le storie, le reazioni personali di coloro che vissero questa esperienza. Anche nel caso delle migrazioni giapponesi in Perù e Brasile l’impatto che ebbero a livello di relazioni internazionali furono molto simili. La presenza dei nikkei, infatti, rafforzò i rapporti tra questi Paesi, per questo il valore che detengono agli occhi dello stato giapponese è lo stesso.

Sono, invece, in parte diverse le vicende e i destini che i migranti giapponesi  hanno avuto in Brasile e in Perù. Scopo di questo articolo è, infatti, analizzare le analogie e le differenze che caratterizzarono e caratterizzano le comunità nikkei di Perù e Brasile e le comunità dekasegi, protagoniste del fenomeno migratorio di ritorno.

Breve storia delle migrazioni giapponesi in Perù e Brasile: analogie e differenze.

La prima generazione: “nation within a nation” 

Analizzando la storia delle migrazioni giapponesi in questi due Paesi si nota che le analogie riguardano soprattutto i primi decenni, ovvero il periodo che si estende da fine ‘800 fino agli anni’30 del ‘900. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, invece, le storie e il ruolo di queste comunità si sono sviluppate diversamente nei due Paesi.

Sia in Perù sia in Brasile le migrazioni iniziarono come fenomeno collettivo organizzato da parte di compagnie private che inviavano in Sudamerica  giapponesi da impiegare come manodopera nelle piantagioni. Fu solo a partire dal 1924 che il governo giapponese intervenne in modo attivo, attuando una strategia nazionale di controllo e gestione delle migrazioni dei suoi cittadini. In quello stesso anno, inoltre, furono chiuse dagli  Stati Uniti[5] le frontiere agli stranieri, pertanto le migrazioni giapponesi si diressero maggiormente verso i Paesi dell’ America Latina. Il 1936, infine, segnò, per entrambi i Paesi, l’inizio di un periodo di rallentamento dei flussi migratori provenienti dal Giappone. In Perù venne promulgata la legge sull’immigrazione che impedì l’arrivo di nuovi migranti giapponesi; in Brasile, invece, si verificò una riduzione del flusso migratorio a seguito della promulgazione della nuova costituzione nel 1934, che prevedeva un dispositivo che limitava l’entrata d’immigrati al 2% annuale del totale degli ultimi 50 anni, tuttavia il flusso non si interruppe.

Analogie si possono anche riscontrare anche nell’atteggiamento assunto dalla prima generazione di nikkei che mantenne a lungo un atteggiamento di chiusura verso la società ospitante. I primi migranti erano partiti dal Giappone con l’idea di sempiterna fedeltà alla patria e di permanenza limitata oltreoceano (nota come sojouring mentality), quindi preferirono non mescolarsi troppo con la popolazione locale, tanto che alcuni studiosi parlano di “nation within a nation”[6]. Questo atteggiamento generò sospetti e diffidenze; ad esempio sia tra i nippo-peruviani sia tra i nippo- brasiliani il tasso di matrimoni misti era molto basso mentre era più diffusa la pratica nota come “picture brides”, pratica secondo cui i giapponesi oltreoceano potevano scegliere la futura sposa proveniente dalla loro madrepatria tramite un sensale che creava le coppie di futuri sposi solo attraverso fotografie e alcune informazioni fornite dalle famiglie.

I nisei: lo spartiacque della seconda generazione  

Come già affermato, fu a partire dalla Seconda guerra mondiale che iniziarono a comparire differenze tra Perù e Brasile. Un elemento fondamentale, che in parte può spiegare i diversi destini delle due comunità, fu l’“abbandono” da parte dello Stato giapponese.

Il Giappone, infatti, il 7 dicembre del 1941 attaccò la base navale statunitense di Pearl Harbour. Questo gesto segnò la sua entrata nella guerra del Pacifico come alleato  delle potenze dell’Asse e lo schierò, pertanto, in aperto conflitto con gli Stati Uniti e il blocco degli Alleati. Questa presa di posizione causò una dura reazione da parte del Perù e del Brasile, come di altri Paesi dell’America Latina che subivano l’influenza diretta degli Stati Uniti; molti di questi Paesi, infatti, interruppero le relazioni diplomatiche col Giappone e gli dichiararono guerra. Le comunità giapponesi residenti in questi Paesi, quindi, si trovarono sole, senza contatti con la madrepatria e in balia degli eventi della guerra.

Questo “abbandono”generò, pertanto, un senso di distacco dalla madrepatria e una maggiore volontà di integrazione.

Quando alle comunità giapponesi fu lasciata maggiore libertà di azione, iniziarono a manifestarsi le differenze di atteggiamento nei confronti delle società ospitanti.

La storia dei nippo-peruviani era stata costellata da atti razzisti e da discriminazioni, conseguenze della loro tendenza a isolarsi e a raggrupparsi in associazioni riservate solo a cittadini di origine giapponese. Utilizzando le parole di Thompson[7]:

Peruvian hostility toward Japanese is in large part a reflection, not a cause of the Japanese failure to assimilate.

La situazione peggiorò quando molti nikkei iniziarono ad avere successo negli affari. Furono, infatti, visti negativamente e iniziarono ad essere considerati una minaccia (“Yellow Peril”[8]) perché non facevano business con i peruviani ma contro di loro.

L’ostilità peruviana, inoltre, non permise alla maggioranza dei nikkei di  acquisire la fiducia e la forza necessarie a ribellarsi e a far sentire la loro voce, condannandoli così a una posizione di vittime e sottomessi. L’avvento della seconda generazione, tuttavia, non cambiò molto la loro condizione; sicuramente migliorarono le relazioni con la popolazione locale, ma non si arrivò mai a una vera integrazione. Come affermano Takenaka[9] e Thompson[10] nonostante i nikkei avessero raggiunto una certa integrazione in ambito economico, continuarono ad essere percepiti come un gruppo etnico chiuso e inadatto all’assimilazione nella società peruviana.

I nikkei, a loro volta, non si sentirono mai completamente accettati e, per questo,  non si trovarono mai totalmente a loro agio all’interno della società ospitante.

Prova del senso di inadeguatezza è l’atteggiamento che adottarono nei confronti dell’elezione alla presidenza del Perù di Alberto Fujimori, un nikkei di seconda generazione, nel 1990. Molti nippo- peruviani, diversamente dalle aspettative, non si schierarono a favore del Presidente e non votarono per lui. Temevano, infatti,  una responsabilità così grande e optarono per uno stile di vita “low profile”, senza emergere troppo all’interno della società peruviana.  Questo atteggiamento fu motivato anche dal timore, diffuso tra i nikkei, che, in caso di fallimento della politica di Fujimori, le comunità giapponesi potessero diventare nuovamente oggetto di discriminazioni e violenze, come era avvenuto negli anni ‘40[11]. Già durante la campagna elettorale si ebbe una recrudescenza della violenza nei loro confronti; ad esempio molte attività commerciali gestite da  nippo-peruviani furono saccheggiate e distrutte[12].

Gli immigrati giapponesi in Perù hanno sicuramente raggiunto negli anni una migliore condizione economica e sociale ma, almeno fino alla seconda generazione, non si sono mai sentiti né sono mai stati considerati veri e propri cittadini peruviani. Inoltre, anche con l’avvento della seconda generazione, nonostante il successo dell’elezione Fujimori, molti nikkei hanno continuato a sentirsi cittadini “di serie b”, non totalmente accettati dalla società peruviana.

In Brasile, invece, gli immigrati giapponesi si sono integrati sempre più all’interno della società ospitante, ottenendo risultati migliori dei nikkei residenti in Perù. Prima della II guerra mondiale anche i nippo-brasiliani sono stati  vittime di discriminazioni e emarginazione da parte del governo brasiliano; tuttavia, a partire dagli anni ’30 furono sempre più assimilati nella società e non furono mai percepiti come una minaccia vera e propria. Inoltre, anche se non raggiunsero mai un successo eclatante come quello rappresentato in Perù dall’elezione di un nikkei alla presidenza del Paese, si trasformarono in una “minoranza modello” da prendere come esempio in ambito lavorativo e universitario[13]. I nippo-brasiliani, quindi, divennero cittadini di prima classe, un’élite e crebbero all’interno e insieme alla società ospitante.

Questo buon risultato fu possibile grazie a una serie di elementi positivi che caratterizzarono i migranti giapponesi in questo Paese. Innanzitutto, i nikkei poterono insediarsi con meno problemi, sulle terre che preferivano e che ritenevano migliori. Sin dall’inizio, quindi, ebbero molte più prospettive promettenti in campo agricolo e svolsero un ruolo fondamentale nel contribuire allo sviluppo agricolo del Brasile e a quello economico della città di Sao Paolo. Questo permise loro di acquisire una buona fama all’interno della società brasiliana, che li vide sempre più come alleati e amici. In questo ambito fu fondamentale anche il ruolo svolto dalla JICA (Japan International Cooperation Agency) che inviava loro aiuti da investire in questo settore.

Un altro elemento che rese la vita più facile ai nippo-brasiliani fu l’“assimilazione obbligata” imposta dalla dittatura Vargas (1930-45). Le sue politiche portarono alla chiusura di scuole e giornali giapponesi e costrinse quindi i nikkei ad un’integrazione rapida. Questo fece sì, ad esempio, che gli effetti tragici della crisi del 1929 non facessero ricadere sulle comunità giapponesi una nuova ondata di atti discriminatori, come avvenne, invece, in Perù.

La condizione dei nikkei in Brasile, quindi, fu generalmente migliore, furono accettati nella società ospitante, col tempo non temettero più violenze o soprusi  e una parte più ampia della comunità  di emigrati riuscì a raggiungere un livello di benessere in certi casi anche piuttosto alto.

Fenomeno dekasegi: migranti di ritorno 

Quando si parla della diaspora giapponese non bisogna ignorare il fenomeno dei “migranti di ritorno” degli anni ’80-’90 noto come fenomeno “dekasegi” (出稼ぎ). Questo termine indica quei cittadini di origine giapponese provenienti da vari Paesi dell’America Latina che emigrarono in Giappone sfruttando i vantaggi della loro cittadinanza per sfuggire alla crisi economica che colpì il Paese in cui vivevano.

Il Giappone, a sua volta, si mostrò favorevole all’arrivo dei suoi discendenti perché aveva bisogno di manodopera. Inoltre, pensava che la loro origine giapponese avrebbe facilitato il loro inserimento nell’ambito lavorativo. Pertanto nel 1990 cambiò la “Legge sull’immigrazione” rendendo più facile ai nikkei  lavorare nella terra dei loro avi.

In seguito, tuttavia, dopo l’impegno iniziale, lo Stato giapponese non si adoperò più per favorire l’inserimento dei suoi discendenti all’interno della società.

Questi, quindi, partiti con la gioia di tornare in madrepatria, si resero presto conto di non essere giapponesi, di non conoscere bene la lingua e di non condividere gli usi e i costumi locali. Capirono, anche, che nemmeno la società giapponese li accettava come concittadini a tutti gli effetti. Questo creò un senso di smarrimento, di abbandono e di crisi tra molti dekasegi.

Le reazioni, comunque, furono diverse anche secondo il Paese di provenienza dei dekasegi. A questo proposito è interessante notare che i dekasegi provenienti dal Perù hanno raggiunto un grado di integrazione maggiore rispetto a quelli di origine brasiliana. Questa differenza è legata, in larga parte, allo status che i nikkei avevano raggiunto oltreoceano e alle aspettative che nutrivano riguardo al ritorno in Giappone.

I dekasegi peruviani, infatti, si sono inseriti meglio all’interno della società giapponese perché essendo più conservatori e caratterialmente più docili[14], sono passati più inosservati all’interno della società ospitante, hanno mantenuto uno stile di vita di basso profilo e, quindi, hanno generato reazioni meno razziste.

Questo gruppo, inoltre, come già prima affermato, non godeva di uno status speciale nemmeno all’interno della società peruviana, era abituato a convivere con la diffidenza e la discriminazione.

Per questo motivo partì alla volta della madrepatria senza l’ambizione di raggiungere traguardi di  successo, ma solo con la speranza di guadagnare denaro sufficiente per aiutare la famiglia rimasta in Perù.

Il caso dei dekasegi di origine brasiliana è, invece, più complesso. Innanzitutto il gruppo dei nippo- brasiliani stabilitosi in Giappone si è fatto maggiormente notare e ha sempre ostentato il legame col Brasile, organizzando e diffondendo eventi e feste tradizionali, tra le quali la più famosa è il carnevale o “samba matsuri”. Questo dimostra come i dekasegi brasiliani, all’arrivo nella madrepatria, si siano riscoperti meno giapponesi e più brasiliani. Si sentono diversi, non accettati completamente dalla madrepatria e questo ha causato loro molti problemi anche psicologici. L’effetto del senso di rifiuto è molto più marcato in questo gruppo perché sono state tradite le grandi aspettative che nutrivano prima della partenza. In Brasile godevano di una posizione privilegiata, costituivano un’élite e pensavano di ricevere lo stesso trattamento in madrepatria. In Giappone, invece, non costituiscono niente di più che manodopera cui sono affidati i lavori più umili[15]. Questo cambio di status ha scoraggiato i nippo-brasiliani e  ha generato in loro un senso di frustrazione maggiore rispetto ai nippo-peruviani.

 Saudaji o maggiori possibilità economiche? Il fenomeno degli ex-dekasegi e del loro ritorno in America Latina 

A partire dagli anni novanta del ‘900 le comunità giapponesi presenti in Perù e in Brasile iniziarono a perdere un numero elevato di membri a seguito del fenomeno migratorio di ritorno alla madrepatria giapponese noto come fenomeno dekasegi. Molti nikkei, infatti, decisero di recarsi in Giappone in cerca di un maggiore guadagno e nel tentativo di sfuggire alla crisi economica. Questa massiccia ondata migratoria ebbe un impatto negativo sulle comunità nikkei di Brasile e Perù; queste, infatti, si ritrovarono private della fetta più giovane e istruita della comunità, tanto che alcuni studiosi a tal proposito parlano di “fuga di cervelli”[16]. Le comunità, di conseguenza, iniziarono ad avere meno influenza all’interno delle società ospitanti e a coprire un ruolo meno significativo anche nel campo degli affari.

Tuttavia, a partire dalla seconda metà del XXI secolo, la crisi economica giapponese e lo sviluppo delle economie di Brasile e Perù hanno fatto sì che prendesse avvio/piede un movimento di ritorno verso l’America Latina, noto come fenomeno degli “ex dekasegi”. Se si analizzano i dati[17], infatti,  si può vedere che, se fino al 2008 il numero dei nikkei che arrivavano in Giappone era più o meno simile al numero di quelli che lo abbandonavano, a partire da questo anno il flusso delle migrazioni dirette verso Brasile e Perù è diventato esponenzialmente maggiore.

I motivi che hanno portato al cambio di flusso sono vari. Determinante fu la crisi economica prolungata che colpì il Giappone; questa situazione, che tuttora permane, demotivò molti nikkei ad abbandonare i loro Paesi in via di sviluppo e a tornare in madrepatria . I gruppi di dekasegi, inoltre, sono tra quelli che furono colpiti maggiormente dalla depressione economica; furono, infatti, i primi ad essere licenziati e la disoccupazione iniziò a diffondersi ampiamente all’interno di questo gruppo. Infine, non va dimenticato il trattamento che i dekasegi ricevettero in madrepatria. Nonostante fossero stati invitati al ritorno dallo Stato giapponese furono presto emarginati, abbandonati a loro stessi, senza un supporto sociale e condannati ai lavori più umili. La maggior parte dei dekasegi, soprattutto quelli di origine brasiliana, fu delusa dal Giappone e dal trattamento che loro e le loro famiglie ricevettero; per questo molti non nutrirono e non nutrono molti dubbi sul tornare in Brasile e in Perù almeno fino a quando il Giappone non supererà la crisi economica.

Alla luce di questo nuovo fenomeno di ritorno diretto verso l’America Latina è interessante porsi degli interrogativi: come sarà il ritorno? E soprattutto, a seguito dell’esperienza negativa vissuta in Giappone, gli ex-dekasegi continueranno a sentirsi giapponesi e parteciperanno attivamente alle associazioni il cui scopo  è mantenere viva l’identità giapponese oltreoceano?

Cercare di dare una risposta a queste domande è interessante anche sul piano delle relazioni internazionali. Agli inizi del XXI secolo, infatti, il Ministero degli Esteri giapponese ha reso esplicito l’interesse che nutre nei confronti delle sue comunità oltreoceano come “ponti” che potrebbero facilitare i rapporti tra il Giappone e i Paesi dove queste risiedono. Questa funzione di mediatori fino ad ora è stata possibile perché le comunità nikkei continuavano a sentirsi giapponesi e cercavano di mantenere viva questa identità. Tuttavia, in questi ultimi anni, gli ex dekasegi che stanno tornando sono stati delusi dal Giappone e per questo è possibile che non parteciperanno più alla vita della comunità. È probabile, pertanto, che le comunità nippo-peruviana e nippo-brasiliana nei prossimi anni diminuiranno di numero e d’influenza e che, quindi, non sia nemmeno più attuabile la “politica di cooperazione con le comunità nikkei residenti oltreoceano”, sulla quale lo Stato  giapponese sembrava puntare molto all’inizio di questo secolo.

(Feature image: Wikimedia commons)


[1] Vargas LLosa, Mario, Cartas a Ōe Kenzaburō, in “Diario El País”, 1999.

[2] Yamashita Tei, Karen, Circle K Cycles, Coffee House Press, 2001.

[3]MOFA Ministry Of Foreign Affairs, Japan Brazil Relations, in “MOFA”, luglio 2011, http://www.mofa.go.jp/region/latin/brazil/index.html, 7 marzo 2012. 

[4] MOFA Ministry Of Foreign Affairs, Recommendations of Overseas Emigration Council
Future Policy Regarding Cooperation with Overseas Communities of  Nikkei, in “MOFA”, 2000, http://www.mofa.go.jp/policy/emigration/nikkei.html#2_5, 10 Luglio 2010.

[5]Nel 1924 gli Stati Uniti promulgarono l’Immigration Act, con il quale bloccarono l’arrivo degli immigrati giapponesi. Secondo questa legge la percentuale degli immigrati che ogni anno poteva entrare negli Stati Uniti doveva essere equivalente al 2% del numero degli immigrati residenti nel Paese secondo il censimento del 1890.

[6] HIGASHIDE, Seiichi, HARVEY. Gardiner, Adios to tears, Paperback, University of Washington Press,

2000, pag.218.

[7] THOMPSON, Stephen, “Assimilation and nonassimilation of Asian-Americans and Asian Peruvians”, Comparative studies in Society and History, 21, 572-588, 1979.

[8] SHINTANI, Roxana, The nikkei community of Peru: Settlement and Development, Ritumeikan Journal of Asian Pacific studies  pag.79

[9] TAKENAKA, Ayumi, “The Japanese in Peru: History of immigration, settlement and racialization”, Journal of Latin America Perspectives, 2004, 31, 77-88.

[10] THOMPSON, “Survival of ethnicity in the Japanese community in Lima, Peru”, Urban Anthropology, 1974, 31, 77-98.

[11] Per descrivere meglio lo stato d’animo dei Nikkei riguardo alle elezioni, sono significative le parole seguenti di un Nisei “Se (Fujimori) fallisce, soffriremo tutti. I peruviani daranno a noi la colpa e sarà con noi che se la prenderanno”.

[12] TAKENAKA, Ayumi, “The japanese in Perù: history of immigration, settlement and racialization”, Latin America perspectives, 31, 3, East asian migration to Latin America Sage publications, Inc, maggio 2004,  pag. 94.

[13] I nikkei residenti in Brasile erano caratterizzati per un altro livello educativo. Per esempio, nel 1988 il 17% degli studenti della ben stimata University of Sao Paolo erano giapponesi. Inoltre, una battuta frequente tra gli studenti di origine brasiliana era che per essere ammessi all’università brasiliana bisognava uccidere un giapponese, sottolineando l’alto grado di preparazione dei nikkei.

Da: MASTERSON, Daniel M. with FUNADA-CLASSEN Sayaka, The japanese in Latin America, University of Illinois press, Urbana and Chicago, 2004.

[14] MASTERSON, Daniel M. with FUNADA-CLASSEN Sayaka, The japanese in Latin America, University of Illinois press, Urbana and Chicago, 2004, pag 120

[15] A questo proposito la studiosa Lili Kawamura afferma che i nippo-brasiliani furono contrattati come lavoratori per le posizioni delle 5K: 危険 (Kiken, pericoloso),きつい (Kitsui, duro), 汚い (Kitanai, sporco), 厳しい (Kibishii, severo), 嫌い (Kirai, spregevole).

Da: KAWAMURA, Lili, The Multiple Identities of the Nikkei Community Brazilian Migrations: Social and Cultural Networks between Brazil and Japan, in “Discover Nikkei”, dicembre 2008, http://www.discovernikkei.org/en/journal/2008/12/3/multiplas-identidades/, 14 Marzo 2012.

[16] SASAKI, Koji, “Between emigration and immigration: Japanese emigrants to Brazil and their descendants in Japan”,  Transnational Migration in East Asia Senri Ethnological Reports, 2008, 77, 53–66 .

[17] Fonte: Official Statistics of Japan: http://www.e-stat.go.jp/(Accessed on March 10, 2010), in AKASHI Junichi e KOBAYASHI Masao, Impacts of the Global Economic Crisis on Migrant Workers in Japan, University if Tsukuba, 2010.

di Chiara Galvani
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