Il tribunale internazionale cambogiano e i fantasmi dei Khmer Rossi

Mattia Cacciatori

                   Dov’è proibito ridere, non si ha il diritto di piangere

Stanisaw Jerzy Lec

Circa due milioni di persone persero la vita nella Kampuchea Democratica, il folle esperimento utopico marxista-millenarista creato dai Khmer Rossi[1]. Il tribunale ad hoc istituitosi al fine di perseguire i quadri dirigenti del Partito Comunista della Kampuchea (PCK) ancora in vita, rappresenta la possibilità unica di concedere alla Cambogia di liberarsi da un passato di orrori. I senior leaders del regime di Pol Pot, nel triennio che dalla loro colpo di mano, nell’aprile del 1975, alla loro caduta per mano dei vietnamiti, il sei gennaio 1979, si sarebbero macchiati di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio.

L’evoluzione storica, politica e istituzionale del tribunale tuttavia, pone in essere delle problematiche relative all’amministrazione della giustizia internazionale che, se da una parte potrebbero segnare il modus operandi dei futuri tribunali, dall’altra stanno protraendo all’inverosimile una questione già troppo a lungo rimandata.

La Cambogia dei Khmer Rossi

Come tutto il sud est asiatico, anche la Cambogia fu soggetta alla dominazione coloniale francese che, a Phnom Penh, venne formalizzata nel 1863. Quasi un secolo più tardi, nel 1954, la Cambogia riottenne la piena sovranità sul suo territorio, smarcandosi definitivamente dalla pressione coloniale[2].

Negli anni Sessanta, in un climax da delirio di guerra fredda, il Vietnam avrebbe cominciato a combattere la sua seconda guerra d’indipendenza, contro gli americani. Durante l’amministrazione Kennedy, nel 1961, i consiglieri militari americani a Saigon passarono in poco più di nove mesi da poche centinaia a dodicimila. Re Sihanouk, il sovrano che aveva portato la nazione all’indipendenza, tentò fino allo stremo di mantenere il suo Paese neutrale nella guerra che affliggeva il vicino, talvolta anche fingendosi cieco di fronte all’uso delle frontiere che i vietcong stavano operando in Cambogia. Volente o nolente tuttavia, il Paese fu risucchiato, alla fine degli anni Sessanta nella guerra del Vietnam. Dal 1967 infatti gli Stati Uniti lanciarono una serie di operazioni, dapprima solamente aeree, poi con invasione al seguito, nel tentativo di distruggere i santuari vietnamiti in suolo Cambogiano. Nel 1973, ultimo anno di bombardamenti prima che alla presidenza Nixon venisse imposto il cessate il fuoco dal Congresso, la stima delle bombe rilasciate sulla Cambogia neutrale fu superiore rispetto a qualsiasi bombardamento precedente. Secondo John Pilger, in cinque anni di operazioni, la potenza distruttiva espressa dai temuti B-52 di fabbricazione americana, fu equivalente a quella di cinque Hiroshima.

Nel 1970, mentre Sihanouk si trovava all’estero, il governo reale fu decapitato da un colpo di stato militare guidato dal generale Lon Nol.

La storiografia contemporanea vuole che tra le macerie di un Paese lacerato dalle bombe, i Khmer Rossi abbiano trovato il fondamento della loro ascesa.

Tra il 1975 e il 1979, l’esperimento rivoluzionario khmer, una combinazione sanguinaria tra il maoismo da caffè parigino[…] e la propensione delle massi rurali, arretrate e armate a distruggere la civiltà degenerata delle città[3], privò la nazione di un quarto dei suoi figli e mise in atto alcune tra le politiche di persecuzione ed epurazione sociale più cruente della Storia.

Il governo vietnamita, sostituitosi al governo comunista di Pol Pot, non sarebbe stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, sotto pressione americana, fino al 1994. Questa mancata legittimazione internazionale e la volontà delle grandi potenze di smarcarsi dalla compromettente situazione cambogiana, dilatarono i tempi per l’istituzione del processo giudiziario. Pol Pot morì a Bangkok, senza essere mai stato formalmente incriminato, nel 1998, consegnando le sue memorie di apologeta, come Mao prima di  lui, ai giornalisti occidentali.

Sette anni di negoziati istituiscono l’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia

Nel 2001 la legge sull’ “istituzione di un tribunale per la persecuzione dei crimini commessi durante il periodo della Kampuchea Democratica”(Legge ECCC), e l’accordo tra Nazioni Unite e Governo Reale della Cambogia riguardante la persecuzione secondo legge cambogiana dei crimini commessi durante il periodo della Kampuchea Democratica (Accordo ONU/Cambogia)[4], stabilirono assieme l’istituzione della Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC), che sarebbe diventato uno dei primi tribunali internazionali ad hoc che si avvalesse della compartecipazione di giudici, pubblici ministeri e ricercatori cambogiani da affiancare alle rispettive controparti cambogiane.

La formazione del suddetto tribunale tuttavia ebbe una gestazione più lunga di qualsiasi altro tribunale internazionale formatosi nel post guerra fredda, che durò, dal 1997, circa dieci anni. Il risultato raggiunto, in teoria, fu la creazione di un attore internazionale che rispondesse alle necessità di standard legislativi internazionali.

I negoziati che in ultima analisi furono fondamentali all’istituzione del tribunale furono caratterizzati da tensioni internazionali e nazionali. In particolare i due primi ministri cambogiani, saliti al potere dopo il 1989, il principe Ranarridh e l’ex deflettore dei Khmer Rossi, Hun Se, si scontrarono a più riprese con il rappresentante delle Nazioni Unite Hans Corell, sugli attori internazionali che avrebbero caratterizzato il processo. Dopo il 1997, e l’esautorazione di Ranarridh, il governo cambogiano avrebbe inviato una lettera all’amministrazione americana in cui

Il governo cambogiano sarebbe più che grato al governo degli Stati Uniti se potesse aiutare, secondo le leggi statunitensi, la formazione di un tribunale per portare a giudizio i leader dei Khmer Rossi che sono ancora vivi[5].

Gli Stati Uniti tuttavia non potevano impegnarsi solitariamente nel processo istitutivo, sia perché di fatto all’epoca dei Khmer Rossi non vi erano leggi americane che li rendessero perseguibili, sia per le loro implicazioni nell’ascesa degli stessi Khmer Rossi negli anni Settanta, infine perché le Nazioni Unite, venendo a mancare, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, un nemico che ne cementificasse l’esistenza, stavano cercando di ridefinire il loro ruolo all’interno del Nuovo Ordine Internazionale. Spettava quindi alle Nazioni Unite, proprio nel tentativo di innovare i loro obiettivi, farsi latrici dei movimenti di peacekeeping, peacemaking e peacebuilding degli anni Novanta.

All’interno della stessa Organizzazione tuttavia, le visioni erano eterogenee per non dire discordanti. Se gli Stati Uniti premevano forte per un esteso intervento della comunità internazionale infatti, le visioni della Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, erano diverse. Secondo Pechino mancava il supporto legale che consentisse alle Nazioni Unite di intervenire, in quanto la situazione cambogiana non era più una minaccia alla pace internazionale[6].

La morte di Pol Pot nel 1998 riportò l’attenzione mondiale a riflettere sul fatto che i Khmer Rossi di fatto fossero ancora impuniti. Dopo una risoluzione dell’Assemblea Generale che invitava alla presa di posizione[7], il segretario generale Kofi Annan istituì un Gruppo di Esperti che avrebbero avuto il compito di valutare la fattibilità dell’istituzione del tribunale[8]. Hun Sen, che ormai agiva da Primo ministro in solitaria, avrebbe mostrato allora la condotta che l’avrebbe caratterizzato per tutto il periodo dei negoziati. Nel subordinare l’istituzione del Tribunale alla riconciliazione nazionale, che in effetti era in corso, avrebbe sostenuto che

 Forse è giunto il tempo di scavare una fossa e gettarvici il passato[…] Ogni tentativo di istituire un tribunale internazionale per portare a giudizio i leader dei Khmer Rossi deve tenere in conto delle necessità della Cambogia per ricostruire la nazione sotto i termini della riconciliazione nazionale, della pace e dello sviluppo economico per ridurre la povertà[9].

Qualche giorno dopo questa considerazione, Ta Mok, ex dirigente dei Khmer Rossi particolarmente noto per l’efferatezza delle sue azioni, venne arrestato, cambiando ancora l’umore del governo di Phnom Penh che, di qui in poi, avrebbe cominciato a spingere per la creazione di un tribunale totalmente endogeno alla Cambogia.

Questa fu la danza che contraddistinse tutti i negoziati, da una parte le Nazioni Unite incoraggiavano un tribunale misto, che rispondesse agli standard internazionali, dall’altra la Cambogia tendeva a voler relegare l’ONU ad un ruolo di mera cooperazione economica.

Dopo sette anni di estenuanti trattative, nel 2003, l’ONU e la Cambogia raggiunsero l’Accordo, firmato il sei giugno, che avrebbe istituito il Tribunale[10]. Il ventinove aprile 2005, dopo ulteriori screzi sulle nomine dei giudici cambogiani e internazionali, l’accordo tra Nazioni Unite e Cambogia venne ratificato e il tribunale fu formalmente istituito.

Struttura della Corte

La Corte è composta da tre camere, corrispondenti a tre distinti gradi di giudizio.

La pre-trial chamber[11] è composta da cinque giudici. Tre cambogiani e due provenienti dalle Nazioni Unite. Il giudizio di questa Camera avviene con quattro voti su cinque, non è previsto appello. Il ruolo fondamentale di questo grado di giudizio è quello di appianare le differenze tra i co-investigating Judges e i pubblici ministeri. Inoltre è in questa sede che gli appelli pre-processo presentati dalle parti in causa vengono presi in considerazione.

Le parti cui si fa riferimento sono, ovviamente, accusa, difesa e parti civili. Dopo che l’investigazione si esaurisce, i giudici di questa camera emanano un ordine di chiusura, il primo atto verso la trial chamber.

Il secondo grado di giudizio è presieduto dalla trial chamber, camera processuale, anch’essa composta da cinque giudici, con la medesima suddivisione della pre-trial Chamber. Per i giudizi sono sempre necessari quattro voti su cinque[12]. Le decisioni di questa Corte possono essere portate in appello alla Corte Suprema.

Il terzo e ultimo grado è quello impersonato dalla Corte Suprema. Questa si differenzia dalle precedenti soprattutto per il numero di giudici, sette, che sono tenuti a dare giudizio. Essendo l’ultimo grado di appello ovviamente le sue decisioni sono insindacabili. Anche questa Corte vede una maggioranza di giudici khmer, quattro, contro i tre nominati dalle Nazioni Unite.

La composizione delle varie corti sottolinea, se mai fosse necessario, che i giudici cambogiani partono sempre in posizione di maggioranza nei confronti di quelli delle Nazioni Unite, disparità mitigata dal principio della supermaggioranza[13].

Il primo caso del Tribunale

Il primo caso discusso in seno all’ECCC fu quello che imputava Kaing Guak Eav, alias “Duch”[14], di crimini contro l’umanità e gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949. Nello specifico i crimini a lui ascrivibili furono (i)omicidio, (ii)sterminio, (iii)schiavizzazione, (iv) imprigionamento, (v)tortura, (vi) stupro, (vii) persecuzione su base politica e (viii) altri atti inumani[15]. Fu considerato colpevole di ogni imputazione[16].

L’articolo 29 dello Statuto dell’ECCC prevede che Duch sia considerato responsabile in prima persona dei crimini suddetti in quanto egli ha premeditatamente “ordinato, pianificato, istigato, supportato o commesso” le efferatezze imputategli.

La sentenza di primo appello condannò Duch a scontare trentacinque anni di prigione. Nel formulare questa sentenza, che indispettì non poco sia pubblici ministeri che popolazione, la Camera processuale tenne in conto del periodo di detenzione illegale scontato da Duch dal 1997, anno della sua cattura. Tuttavia secondo il Diritto Internazionale, per i crimini ascritti a Duch né l’illiceità della cattura né l’ordine superiore come esimente, portato dalla difesa come fattore mitigante ai crimini, sono attenuanti effettive da prendere in considerazione quando si giudicano crimini di questa portata. Nel sentenziare la Camera evidenziò che Duch fu responsabile di

crimini particolarmente choccanti data la natura vile del loro carattere [e che Kaing Guak Eav fosse] uomo istruito e intelligente che comprendeva appieno la gravità dei suoi reati[17]

Il tre febbraio 2012 tuttavia, la Corte Suprema, accogliendo di fatto il ricorso in appello dei pubblici ministeri e delle parti civili coinvolte, modificò la sentenza di primo grado condannando l’ex insegnante di matematica ora sessantasettenne, all’ergastolo, massima pena prevista dalla nuova costituzione cambogiana. Nel fare ciò la Corte suprema ci tenne a sottolineare come

I crimini commessi da Kaing Guak Eav furono senza dubbio alcuno tra i peggiori in tutta la storia dell’umanità, per questo meritano il massimo della pena prevista al fine di provvedere ad una risposta adeguata e giusta all’oltraggio prodotto da suddetti crimini e invocato dalle vittime, dalle famiglie delle vittime, da tutta la popolazione cambogiana e, più in generale, da tutti gli esseri umani[18].

Sok An, rappresentante della Cambogia durante il periodo delle trattative istitutive del tribunale e membro di spicco del governo di Phnom Penh, uscendo dal tribunale avrebbe rilasciato la seguente dichiarazione

[…]Oggi tutte le persone in Cambogia e in tutto il mondo ricordano quelli che sono morti, nella speranza che questo processo e queste sentenze possano in qualche modo affievolire le pene e le sofferenze [di quelli che ancora aspettano giustizia][19]

L’ultimo caso del Tribunale?

L’udienza preliminare del caso 002, che coinvolge membri preminenti del PCK come Ieng Sary, Nuon Chea e Khieu Samphan, si è tenuta il ventuno novembre 2011. Le imputazioni non sono dissimili a quelle che hanno condannato Duch all’ergastolo, crimini contro l’umanità, gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e violazioni del codice penale cambogiano del 1956. Fino a questo momento i pubblici ministeri hanno redatto un documento constante di oltre 2800 testimonianze scritte che provi incontrovertibilmente le implicazioni di ogni imputato nell’implementazione degli orrori della Kampuchea Democratica[20]. Le previsioni redatte dall’ECCC vorrebbero che il processo riguardante il caso 002 sia destinato a durare, in tutti i suoi eventuali ricorsi, fino al 2018[21].

Durante il 2010 il pubblico ministero internazionale ha espresso la volontà di aprire altri due casi da portare a giudizio, i casi 003 e 004. I nomi dei possibili incriminati rimangono un mistero per questioni di ordine pubblico. Ciò che è ancora più misterioso tuttavia sono le difficoltà riscontrate dal p.m. nell’aprire una procedura giudiziaria, ostacolata persino dalle più alte sfere del contemporaneo governo cambogiano. Ban Ki- Moon, segretario delle Nazioni Unite succeduto a Kofi Annan, si sarebbe sentito riferire da Hun Sen che, dopo il caso 002, non ci sarebbero stati altri casi[22], arrivando ad affermare che preferirebbe esautorare il Tribunale piuttosto che vedere altri imputati alla sbarra[23]. Questo tipo di commenti, specie se provenienti dalle più alte sfere del governo cambogiano, sono sintomo di un’evidente violazione del concetto stesso di indipendenza ed imparzialità del sistema giudiziario.

Le evidenti frizioni all’interno della Corte sono venute tutte a galla proprio a causa dei casi 003 e 004. William Smith, p.m. internazionale, avrebbe condotto autonomamente le investigazioni riguardanti i suddetti casi, non curante dell’opposizione della sua controparte cambogiana, Chea Leang.

Anche a livello giudiziario la spaccatura sarebbe risultata insanabile. Marcel Lemonde, a dispetto di una dichiarata ostilità del suo collega cambogiano, avrebbe continuato le investigazioni cominciate da Smith, senza supporto alcuno da parte delle autorità cambogiane.

Persino Siegfried Blunk, giudice tedesco dell’ECCC, si sarebbe dimesso chiamando in causa proprio la continua tentata ingerenza delle autorità cambogiane nel processo giudiziario[24]. Secondo Nisha Valabhji, responsabile del supporto alla Difesa dell’UNAKRT, questo atteggiamento non solo lederebbe il procedimento alla ricerca di giustizia, ma anche i diritti degli imputati[25].

Il problema dei finanziamenti inoltre pone un altro grosso impedimento. Se al momento dell’Accordo tra Nazioni Unite e Cambogia si presuppose, a buon diritto, che gli sforzi volontari dei membri avrebbero sostenuto il Tribunale[26], oggi la questione si ripropone sia a causa dell’eccessivo protrarsi dei processi sia a causa della crisi mondiale che sta affliggendo l’economia. Nonostante il budget stimato per i lavori del tribunale, circa sessanta milioni di dollari, sia notevolmente inferiore a quelli di altri tribunali, Iugoslavia e Ruanda per fare due nomi, il problema dei finanziamenti rimane una realtà.

La possibilità di finanziamenti privati è stata scartata sulla base dell’instabilità degli stessi, che non garantiscono un flusso costante e sicuro di denaro. Le preoccupazioni riguardo una possibile chiusura anticipata del Tribunale causata da problemi economici sono reali e, pensando che questo potrebbe significare mancato giudizio anche del caso 002, la preoccupazione sale ancor più.

Conclusioni

L’esperimento innovativo di un tribunale misto internazionale e cambogiano ha sicuramente segnato una svolta sia politica sia politologica di importanza capitale.

In primis le Nazioni Unite, i cui membri avevano avuto più che leggere implicazioni nella formazione dei Khmer Rossi, si fecero latrici del processo che avrebbe aiutato il Paese a liberarsi dai fantasmi di un passato così ingombrante.

Il ruolo preminente dell’Organizzazione però era destinato a scontrarsi con la diffidenza delle istituzioni cambogiane, giustificabile alla luce del comportamento dell’ONU negli anni Novanta, che premevano si affinché questo processo ripristinasse per quanto possibile la legalità cambogiana, ma ancor di più volevano affermare con forza la loro indipendenza.

Ciò che si tende a scordare però è l’obiettivo fondamentale del processo, rendere giustizia alla popolazione cambogiana che, attraverso le voci dei sopravvissuti, chiama i colpevoli a rispondere dei loro crimini. Intere famiglie annichilite dalla guerra attendono di sapere se finalmente i morti potranno riposare in pace. In un paese ancora così infestato dalle memorie dei giorni bui, sembrerebbe che tornare a parlare di giustizia, a scapito dell’importanza dei p.m. internazionali piuttosto che cambogiani, sia l’unica via percorribile se davvero si vuole dare speranza alla Cambogia moderna di scrollarsi di dosso il periodo più scuro della sua storia e lasciarla cominciare a concentrarsi sulla crescita economica che deve implementare per emergere, come un’araba fenice, dalle sue ceneri.

(Featured Image source: Flickr)


[1] Le stime sulle morti non rispondono a dati certi ma a calcoli approssimativi fondati sui censimenti coloniali francesi e le esperienze dirette di giornalisti come Kiernan, Shawcross e Chanda.

[2] Un’indipendenza fittizia era già stata proclamata il tredici marzo 1945. L’indipendenza effettiva invece fu il frutto di due eventi sostanziali, il primo, la caduta dell’esercito coloniale francese sulle montagne del centro del Vietnam, a Dien Bien Phu. Il secondo fu l’istituzione, qualche mese antecedente invero, della Conferenza di Ginevra che, patrocinata dagli Stati Uniti, pose in essere la questione coloniale. A questa conferenza parteciparono anche i rappresentanti indocinesi.

[3] Definizione che Eric Hobsbawm fornisce del movimento nel suo celebrato Il secolo breve.

[4] Accordo sul tribunale tra Nazioni Unite e Cambogia disponibile al sito www.yale.edu/cgp/news.html.

[5] SCHEFFER David(2008), The Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia, Chicago, Northwestern University of Law, pg.2.

[6] Ibidem

[7] G.A. Res. 52/135, U.N. GAOR, 52d Sess. (1997).

[8] Kofi A. Annan, Letter dated 98/07/31 from the Secretary-General addressed to the President of the

General Assembly, 52d Sess., U.N. Doc. A/52/1007 (August 7, 1998).

[9] Si veda il Documentation Center for Cambodia(DC-Cam), disponibile al sito www.dccam.org/Archive/Chronology/Chronology.htm.

[10] RAKSMEI KAMPUCHEA DAILY, June 6, 2003 (citato nella DC-Cam Chronology, supra nota 9).

[11] La pre trial chamber fu un’invenzione americana che, durante lo stallo delle trattative sulla possibilità di veto dei giudici cambogiani nei confronti di quelli internazionali, propose l’istituzione di un organo che avesse la funzione di appianare le possibili divergenze tra pubblici ministeri.

[12] Questa procedura è figlia delle pressioni americane ed è detta supermaggioranza. Intuitivamente il suo scopo è  garantire che al momento del giudizio vi sia una, almeno parziale, concordanza tra giudici internazionali e cambogiani.

[13] Si veda nota 12.

[14] Duch era a capo di Tuol Sleng, ex-liceo e durante il periodo della KD centro di epurazione politica dei Khmer Rossi. Egli, una volta insegnante di matematica, fu implicato nell’uccisione di circa tredicimila persone nel triennio polpotiano. Il nome del luogo, che era anche chiamato S-21, tradotto letteralmente significa “collina degli alberi avvelenati”.

[16] Ibidem

[17] Co-Prosecutors’ Appeal Against the Judgement of the Trial Chamber in the case of Kaing Guak Eav Alias Duch, Supreme Court Chamber ECCC, Case No 001/18-07-2007-ECCC/SC, 13 October 2010 in http://www.redcross.org.au/files/2011__the_eccc__from_case_001_to_case_002__findings_and_the_future.pdf

[21] DI CERTO Bridget (2012), Budget dry for cases 003 and 004 DI CERTO Bridget (2012),

Budget dry for cases 003 and 004, Phnom Pehn Post, disponibile al sito http://www.phnompenhpost.com/index.php/KRTalk/budget-dry-for-cases-003-004.html

[22] KELLEHER Jenny, ECCC updates, disponibile al sito http://www.internationallawbureau.com/blog/?p=1897

[23] Ibidem

[24] MIORANDI Arianna (2012), Un proces MIORANDI Arianna (2012), Un processo al passato, Bolzano, Associazione per i Popoli Minacciati, dieci aprile 2012 disponibile al sito http://www.gfbv.it/3dossier/asia/kampuch-it.html

[26] Il Giappone, stanziò 21.6 milioni di dollari, la Francia 4.8 milioni di dollari, l’Australia 2.351,097 milioni di dollari, il Canada 1.612,903 milioni di dollari, la Germania 1 milioni di dollari, l’Olanda 1.981,506 milioni di dollari, la Danimarca 531.914 dollari, il Lussemburgo 66.050 dollari, l’Austria 360.000 dollari, la Svezia 150.000 dollari, la Gran Bretagna 2.873,563 milioni di dollari, la Norvegia 1 milione di dollari, e la Repubblica di Corea 150.000 dollari. Il Giappone negli anni Novanta, cercava di ottenere un posto nel Consiglio di Sicurezza ONU, per questo motivo si accollò la metà delle spese del Tribunale. Stati Uniti, adducendo che nel decennio precedente avevano economicamente contribuito alla causa cambogiana in solitaria, non destinarono denaro a quest’obiettivo. La RPC sostenne di essere troppo povera per contribuire.

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