Rassegna settimanale 27 Novembre – 3 Dicembre: Sud Est Asiatico

27 novembre, Cambogia – Hun Sen mette al bando i gruppi per i diritti umani

Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha chiesto al ministero dell’interno di investigare e chiudere il Cambodian Center for Human Rights (CCHR). Secondo il premier, l’ONG sarebbe diretta da degli “stranieri” e starebbe organizzando una “rivoluzione” assieme il partito di opposizione, Cambodia National Rescue Party (CNRP). L’organizzazione è stata fondata da Kem Sokha, a capo del CNRP, sciolto con l’accusa di voler deporre il governo.

Secondo i critici del regime, sarebbe in corso una vera e propria repressione politica, portata avanti da Hun Sen, il primo ministro più longevo al mondo. Il CCHR ha duramente criticato l’operato del governo nel corso degli anni e lo ha ripetutamente denunciato per la scarsa protezione dei diritti umani oltre che per i brogli durante le elezioni. L’ONG ha reagito riaffermando “la sua indipendenza da qualsiasi partito politico” e che “qualsiasi indagine indipendente ed imparziale nei confronti del CCHR proverà che l’organizzazione non ha commesso nessun’atto illegale”.

Fonte: Asian Correspondent
Link: https://asiancorrespondent.com/2017/11/cambodia-hun-sen-closure-human-rights-group/#WsWfbBmuKocLLkTt.97

28 novembre, Indonesia – Più di 38.000 evacuati a Bali

La reggenza ad est di Bali, dove si trova il Monte Aung, era una volta un regno prospero il cui potere si estendeva fino alle isole di Lombrok. Ciò è durato fino a quando è stato conquistato dagli olandesi nel 1894.

La popolazione ha dovuto sopportare un altro colpo quando il vulcano eruttò due volte nel 1963 a marzo e ad aprile, causando la morte di circa 1.500 persone.

Gli sguardi del mondo intero si sono nuovamente puntati verso la reggenza, quando il Monte Aung ha iniziato a risvegliarsi lentamente, prima di ruggire e produrre immense colonne di fumo e magma.

Le eruzioni, che sarebbero solo l’anticipazione di un disastro ancora più importante, sono state seguite da una colata piroclastica, di fango e di ceneri su tutta la parte occidentale dell’isola.

Dall’inizio degli eventi, più di 38.000 persone sono state evacuate in 217 campi nelle zone più remote e sicure dell’area.

Ni Keput Pupsa Kumari, la persona in carica dei servizi sociale della reggenza, ha dichiarato che ci sono ancora migliaia di persone che sono ancora in cammino per raggiungere i rifugi. Queste persone sarebbero in viaggio da sole o con l’aiuto dell’Indonesia Disaster Mitigation Agency (BNPB), della polizia, dei militari e delle unità di pronto intervento.

Secondo un censimento del 2002, ci sono 369.320 persone a Karangasem, e un quarto di questi abitano nella zona di esclusione a meno di 10 chilometri dal vulcano.

Il portavoce del BNPB, Sutopo Nugroho, ha dichiarato che molti abitanti dei villaggi non hanno voluto lasciare le loro case perché credono che la situazione sia ancora sicura e non vogliono abbandonare il loro bestiame.

Anche se il I Gusti Ngurah Rai International Airport di Bali ha ripreso le proprie attività dopo un breve momento di chiusura a causa dei fumi estremamente densi del vulcano, si pensa che il grosso dell’attività vulcanica debba ancora avvenire.

“Il Monte Aung sta ancora emettendo fumo nero e bianco in continuazione, e abbiamo già visto numerosi incendi e fiumi pieni di ceneri” ha dichiarato Kumari.

Il presidente indonesiano Joko Widodo ha anche lanciato un appello a tutti i cittadini di mettersi al riparo. Rivolgendosi ai giornalisti durante un’intervista ha dichiarato “Non voglio che ci siano vittime a causa di questa eruzione”.

Intanto, i servizi di emergenza locali hanno duramente lavorato per procurare ai campi e ai rifugi abbastanza vivere i rifornimenti per il crescente numero di residenti forzati a lasciare le proprie case.

In un rifugio nel distretto di Rendang, una donna anziana, Ni Wayan Wati, si trova in una tenda con i suoi quattro nipoti, al riparo della pioggia e delle ceneri che continuano a cadere dopo le eruzioni del Monte Aung.

La donna, nonna è stata evacuata con i suoi quattro nipoti e i suoi quattro figli vengono dal villaggio di Banjar Besaki Kawan, circa a cinque chilometri, si trova in una delle zone più a rischio. “Il mio villaggio è stato interamente ricoperto da cenere vulcanica, ero così impaurita. Il governo ci ha ordinato di evacuare, e quindi siamo venuti qui”.

La vita nel rifugio non è semplice però, specialmente durante la stagione delle piogge. Durante la prima notte, intense piogge hanno spazzato l’area e metà delle tende non erano ancora del tutto montate, numerose famiglie sono state totalmente bagnate.

Altre persone si sono lamentate della mancanza delle più basilari amenità e hanno chiesto al governo locale di mandare alcuni prodotti basilari come riso, sapone, latte e maschere. “Sono solo preoccupato per i miei figli più piccoli, specialmente per via della cenere” ha dichiarato un membro del campo.

Il capo del distretto di Rendang, I Wayan Mastra, è d’accordo sul fatto che ci sia un bisogno urgente di maschere adatte, quelle che stanno attualmente usando gli abitanti non li proteggerà dalle ceneri. “Questi però sono le uniche maschere che abbiamo, e sono quelle che stiamo distribuendo” ha dichiarato Mastra, “Sono sottili, ma è sempre meglio che non averne affatto”.

Inoltre, ha spiegato che la carenza di viveri e beni di prima necessità è dovuta al brusco aumento del numero di persone nel campo che sarebbero passate da 2.662 a 5.436. “Questo è perché è stata estesa l’area a rischio, siamo passati da un raggio di 6 km a 7.5 e adesso 10. È ovvio che sia aumentato il numero di evacuati.”

Ci sarebbe un altro pericolo da considerare, le ceneri potrebbero ricadere oltre la zona di esclusione di 10 chilometri e le autorità hanno raccomandato a tutte le persone nella zona di indossare le maschere per proteggere il naso, la bocca e gli occhi.

La situazione per i residenti dalla capitale di Bali, Denpasar, a circa 70 chilometri, rimane sicura per adesso.

Fonte: The Straits Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/scramble-to-send-supplies-to-balis-evacuation-shelters-ahead-of-major-volcanic-eruption

29 novembre, Cambogia – Hun Sen in cerca di maggiori investimenti cinesi

Il primo ministro cambogiano Hun Sen si recherà in Cina nei prossimi giorni per assistere ad un summit del Partito Comunista Cinese al quale assisteranno i partiti comunisti di oltre 100 paesi. Durante il summit, che si terrà dal 30 novembre al 3 dicembre, il presidente cambogiano incontrerà il presidente cinese Xi Jinping e alcuni possibili investitori. “Abbiamo bisogno di più ponti sul Mekong, abbiamo anche bisogno di molte altre strade, treni, ferrovie” ha dichiarato l’assistente del premier, Sry Thamrong.

Hun Sen si trova attualmente sotto pressione da parte dei governi e degli investitori occidentali per via della repressione in corso nel paese. Il governo ha sciolto l’unico vero partito di opposizione, il Cambodia National Rescue Party e arrestato il suo leader con l’accusa di voler deporre l’attuale governo. Gli Stati Uniti hanno già annunciato che taglieranno le sovvenzioni previste per l’organizzazione delle elezioni e l’Unione Europea minaccia di rivedere gli accordi commerciali.

Fonte: The Straits Times
Link : http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/cambodia-pm-leaves-for-china-to-seek-more-aid

30 novembre, Birmania – Il Papa si rivolge ai buddisti

Il Papa ha lanciato un appello alla comunità buddista birmana durante la sua visita nel paese. Infatti, il sovrano pontefice ha dichiarato che non era più possibile di “rimanere isolati gli uni dagli altri” e ha chiesto di “superare tutte le forme di intolleranza, pregiudizi e di odio”. Papa Francesco è però in una situazione molto delicata, pronunciare la parola Rohingya o menzionare direttamente i fatti potrebbe portare a gravi ripercussione per la minoranza cattolica del paese.

Più di 620.000 musulmani Rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh dopo una campagna di repressione da parte del governo birmano qualificata come pulizia etnica. Numerosi governi e dirigenti internazionali hanno criticato la situazione. Non ci sono state denunce però da parte degli alti rappresentanti del clero buddista nei confronti di alcuni monaci che propagano messaggi di odio e di violenza nei confronti delle minoranze religiose.

Wirathu, un monaco buddista ultranazionalista, è tra i più virulenti, i quali messaggi si rivelano spesso particolarmente violenti. Un altro monaco ha rigettato l’appello di Bergoglio dichiarando “Siamo felici che non abbia pronunciato la parola Rohingya, ma vorrei suggerirgli di legge il Corano per vedere se dopo pensa ancora che sia una religione di pace”.

Fonte: Le Monde
Link: http://www.lemonde.fr/asie-pacifique/article/2017/11/30/le-pape-s-adresse-aux-bouddhistes-birmans_5222368_3216.html

1 dicembre, Filippine – Verrà processata una reclutatrice dello Stato Islamico

Verrà processata Karen Hamidon con l’accusa di aver usato i social network, in particolare le piattaforme di Whatsapp e Telegram, per reclutare i simpatizzanti dello Stato Islamico. La donna avrebbe avuto un ruolo importante nell’incitare le reclute a spostarsi per combattere la battaglia di Marawi. Lo scontro è durato più di cinque mesi ed è risultato nella morte di 1.100 persone e più di 200.000 persone evacuate.

Karen Hamidon dovrà affrontare l’accusa di ribellione e secondo gli investigatori avrebbe “deliberatamente, in maniera illegale e criminale incitato a ribellarsi apertamente e combattere contro lo stato filippino”. L’accusata respinge le accuse dichiarando che era presente sui luoghi ma in quanto missionaria islamica e che non ha usato i social media per questioni religiose. Hamidon era stata arrestata nel mese di ottobre nei sobborghi di Manila e suo marito, fondatore e leader del gruppo Ansarul Khilafa Philippines, un gruppo terrorista affiliato all’ISIS è morto duranti gli scontri contro l’esercito filippino.

Fonte: The Straits Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/myanmar-social-media-anger-after-pope-uses-rohingya-word

2 dicembre, Sud Est Asiatico – Da dove proviene il buddismo radicale?

In Birmania, nello Sri Lanka o ancora il Tailandia, dei gruppi composti da monaci buddisti hanno sviluppato una retorica violenta, in generale diretta contro i musulmani. A lungo considerate come marginali, queste organizzazioni hanno guadagnato una notevole visibilità per via delle atrocità commesse contro i Rohingya musulmana dello stato di Rakhine in Birmania

  • Quali sono le radici del nazionalismo buddista?

Scoperto in occidente nel XIX secolo a traverso dei testi religiosi, il buddismo è percepito prima di tutto come una filosofia globale e non violenta, oppure come uno stile di vita che riposa su pratiche spirituali come la meditazione. Il buddismo asiatico, con i suoi 500 milioni di adepti, corrisponde ad una realtà ben diversa.

Le tre grandi scuole corrispondono a tre aree geografiche. La prima, Theravada è presente in Birmania, Cambogia, Laos, Sri Lanka, Tailandia e una parte del Vietnam. La scuola Mahayana è praticata in Corea, Cina, Giappone e Vietnam, mentre la scuola Vajrayana, estremamente minoritaria, corrisponde al buddismo tibetano, il più conosciuto in occidente. In tutti i paesi della tradizione Theravada, la nazione si è costituita appoggiandosi sulla legittimità religiosa, da qui un clero politicizzato e ponto ad abbracciare le diverse cause nazionaliste.

  • Com’è diventato radicale?

Il precetto della non-violenza (ahimsa) è centrale nel buddismo, ma scompare in maniera sistematica davanti dalla ragion di stato, ovunque dove il clero sia fortemente inquadrato dal potere politico. Per esempio, nel 1976, un monaco tailandese affermava nella stampa che “uccidere i comunisti non era un peccato”, dando così il via al massacro degli studenti dell’università di Thammasat di Bangkok.

A partire dagli anni 1990 si sviluppa una teoria, in particolar modo in Birmania: quella di un buddismo che si estende storicamente dalla Malesia all’Afghanistan, ma che sta perdendo terreno per via della pressione islamica. Per i sostenitori di questa teoria, la distruzione dei Buddha di Bamiyan per mano di talebani nel marzo del 2001 è un elettroshock. Queste idee, tenute sotto controllo dalla dittatura militare fino al 2014, hanno iniziato a circolare liberamente una volta avviate le riforme politiche di democratizzazione.

  • Quali sono gli hot-spot regionali?

Nel 2012, dei monaci dello Sri Lanka creano il partito Bodu Bala Sena (BBS), “forza del potere buddista, che sviluppa una retorica violenta nei confronti delle minoranze religiose, particolarmente contro l’islam. Nello stesso anno, in Birmania, il monaco Wirathu lancia diversi messaggi di odio contro la minoranza Rohingya e crea la campagna “969” e successivamente il movimento Ma Ba Tha nazionalista ed islamofobico – attualmente vietato. Il BBS e Ma Ba Tha si definiscono come movimenti simili: nel 2014, Wirathu è accolto in maniera trionfale nella città di Colombo.

Le loro idee iniziano a trovare qualche eco pure in Tailandia, segnato da una ribellione separatista musulmana nel sud del paese dove i monaci vengono regolarmente presi di mira. Nel 2015, il monaco tailandese Banjob Bannarujii lancia una campagna che mira a far diventare il buddismo “religione di stato”. Altri monaci hanno usato gli incidenti che si svolgono in Birmania per lanciare messaggi di odio contro i musulmani separatisti, chiedendoli di riservagli “lo stesso destino che ai Rohingya, dai bambini ai vecchi” e a bruciare le moschee.

  • Quali sono gli obbiettivi politici e i rapporti con gli altri nazionalismi religiosi?

I movimenti nazionalisti buddisti stanno moltiplicando le iniziative per imporre leggi, in generale contro le minoranze musulmane. Nel 2015, prima dell’arrivo al potere di Aung San Suu Kyi, diversi testi adottati in Birmania su “la razza e la religione”, regolano i matrimoni interreligiosi e le conversioni all’Islam, e permettono di esercitare un certo controllo sulle nascite nella comunità musulmana – senza menzionarli esplicitamente.

Da un punto di vista più globale, i buddisti estremisti, usano fatti di cronaca (come stupri contro donne buddiste), per intrattenere un clima islamofobico e giustificare le violenze e le discriminazioni contro i musulmani. A fine settembre, in Sri Lanka, degli estremisti buddisti hanno addirittura attaccato un centro per i rifugiati Rohingya amministrato dalle Nazioni Unite.

I buddisti estremisti presentano i loro avversari come dei musulmani Jihadisti, ma questa accusa è spesso ben lontana dalla realtà, in particolar modo in Sri Lanka, dove non si è radicato l’islam radicale. In Tailandia una parte della ribellione separatista usa la retorica Jihadista senza però essersi proclamata come un’organizzazione transnazionale. In Birmania, un attacco del 25 agosto contro degli avamposti militari nel nord dello stato di Rakhine, da parte del “Arakan Rohingya Salvation Army” che nega di essere un gruppo Jihadista, ma sulle quali le informazioni sono lacunari.

  • Qual è la posizione del Dalai-Lama?

Erroneamente presentato in occidente come una sorta di “papa buddista”, il Dalai-Lama non ha un reale autorità sui buddisti birmani, singalesi e tailandesi, anche se può contare su un certo numero simpatizzanti. Nel luglio del 2014, il capo spirituale buddista tibetano a condannato in un discorso il BBS e Ma Ba Tha. Le sue parole però, non hanno avuto un forte impatto in Sri Lanka, dove non gli è mai stato concesso un visa per non inimicarsi la Cina. Il Dalai-Lama, che ha più volte incontrato Aung San Suu Kyi quand’era un’oppositrice politica, non si è mai recato in Birmania. Nel settembre 2017, ha esplicitamente preso le parti dei Rohingya dichiarando che “Buddha avrebbe aiutato questi poveri musulmani”.

Fonte: Le Monde
Link: http://lemonde.fr/asie-pacifique/article/2017/12/02/d-ou-vient-le-bouddhisme-radical_5223606_3216.html

3 dicembre, Bangladesh – Rabbia in Birmania dopo che il Papa ha usato il termine Rohingya

Si è conclusa la visita del Papa in Asia domenica 3 dicembre dopo una visita storica in Birmania e Bangladesh. Il sommo pontefice si è recato in Bangladesh per il suo ultimo giorno dove ha incontrato un piccolo gruppo di musulmani Rohingya rifugiati nei campi bengalesi. Durante la sua visita in Birmania gli era stato vivamente suggerito da parte dei vescovi e cardinali birmani di non usare il termine Rohingya via delle possibili ritorsioni contro la minoranza cattolica.

Dopo essere tornato a Roma il Papa ha dichiarato di aver preso a cuore la causa Rohingya e quando li ha incontrati “ho pianto: ho provato a nasconderlo”, “hanno pianto anche loro”. Bergoglio, che era stato precedentemente lodato da parte di nazionalisti buddisti per la sua omissione a qualsiasi riferimento diretto, è stato duramente criticato e accusato di aver tenuto due discorsi diversi nei due paesi.

Fonte: The Straits Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/myanmar-social-media-anger-after-pope-uses-rohingya-word

Set feature image: Wikimedia

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