Rassegna settimanale 20-26 novembre: Sud est asiatico

20 novembre, ASEAN – 90 percento dei poveri nel Sud est asiatico sono in Indonesia e Filippine

Un’elevata percentuale, circa il 90 percento, di coloro che vivono sotto il livello di povertà abitano nelle Filippine e in Indonesia secondo il report “ASEAN – China – UNDP Financing the Sustainable Development Goals in ASEAN”. Secondo il rapporto, 36 milioni di persone vivono sotto il livello di povertà nel sud est asiatico, stimato a 1.90 dollari al giorno.

La percentuale può essere spiegata dal fatto che Indonesia e Filippine contino rispettivamente 250 milioni e 100 milioni di abitanti, in una regione di circa 700 milioni di persone. I progressi sono però notevoli, dal 2000 and 2015 circa 132 milioni di persone sono uscite dalla condizione di assoluta povertà. Vietnam e Indonesia sono i paesi con il maggior tasso di successo ma notevoli progressi sono stati percepiti nelle Filippine.

Rimane però elevato il tasso di malnutrizione nelle tre economie più arretrate dell’ASEAN, Cambogia, Laos e Birmania. Più del 30 percento della popolazione di questi tre paesi ha sofferto di malnutrizione. L’ultimo aspetto preso in considerazione dal rapporto, l’educazione, riporta grandi progressi nel campo dell’educazione elementare. Circa il 95 percento dei bambini in tutti i paesi della zona sono regolarmente scolarizzati, diversa è la situazione per l’educazione media e superiore, la cui qualità è stata definita preoccupante.

Il vicedirettore dell’ASEAN Socio-Cultural Community, Vongthep Arthakaivalvatee ha dichiarato “questa pubblicazione ci fornisce una migliore comprensione della scala e dei finanziamenti nella regione ASEAN e quali siano le opportunità per massimizzare lo sviluppo sostenibile”. L’ambasciatore cinese presso l’ASEAN ha dichiarato che il suo paese fosse pronto ha collaborare in maniera ancora più stretta con la regione ed investire in maniera massiccia, anche per via dell’iniziativa “One Belt, One Road”.

Fonte: Asian Correspondent
Link: https://asiancorrespondent.com/2017/11/90-percent-southeast-asias-poor-live-indonesia-philippines/#rfcv7yjD8j7vT31V.97

21 novembre, Malesia – Le tre questioni che domineranno le prossime elezioni

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno è chiaro a tutti che le prossime elezioni non si terranno nel 2017. Vista però l’obbligazione di sciogliere il governo nella prima metà del 2018, è però ovvio che non dovrebbe mancare molto.

Durante le elezioni del 2013 si è sentito un forte vento di cambiamento. Il voto popolare ha concesso le redini del potere al partito di opposizione, anche se il partito Barisan Nasional (BN) – a capo del paese sin dall’anno della sua fondazione – ha mantenuto importanti poteri.

Tuttavia, sembra che questa volta nessuno tra il BN e la nuova coalizione di opposizione Pakatan Harapan, ispirino la fiducia degli elettori.

Vi sono tre grandi categorie che dovrebbero però diventare punti centrali del dibattito politico.

  1. Gli scandali legati alla corruzione

Il primo di questi riguardano i casi di corruzione. Questo tema non può essere evitato nella politica malesiana, forse perché è il tema più facile da comprendere per gli elettori.

La politica del paese è costantemente tormentata dalle questioni di corruzione. La controversia dell’ 1MDB che vede implicato l’attuale primo ministro Najib Razak sarà sicuramente un tema ampiamente evocato, soprattutto dal partito di opposizione Pakatan Harapan.

Il BN dall’altra parte, si concentrerà a screditare l’opposizione dopo che numerose figure di spicco del loro campo, incluso l’ex premier Mahathir Mohamed, abbiano raggiunto il Pakatan Harapan.

  1. L’economia

La popolazione dovrebbe anche essere attenta alle questioni legate all’economia. L’innalzamento dei costi, la diminuzione del valore del Ringgit, l’implemento di una tassa sui (TBS)beni e servizi e i salari stagnanti dovrebbero essere menzionati.

L’economia sarà una valida carta elettorale. È vero che gli stipendi nel settore privato sono rimasti sostanzialmente gli stessi da quasi vent’anni e a causa dell’ampio scandalo 1MDB, la fiducia dell’investitori esteri è drasticamente crollata, così come il valore del Ringgit.

Il tasso di 6 percento di TBS sarà un altro punto importante anche se la tassa è stata imposta solo nel 2015. Molti sostenitori dell’opposizione useranno questo contro il premier.

  1. Questioni etniche e religiose

E quindi arriva la terza categoria – la questione etnica e religiosa. Questo è l’argomento che più agita la popolazione per via di un contratto sociale più volte bistrattato durante il dominio coloniale britannico.

I partiti politici dovrebbero cercare di creare forti reazioni emotive mettendo le varie etnie le une contro le altre e minacciando i vari gruppi che, se non sono attenti, la propria etnia non avrà la giusta rappresentanza all’interno del governo.

Infatti, gli stessi agitano lo spettro di nuove violenze sulla questione, come nel 1969 quando scoppiarono degli scontri tra malesiani e cinesi dopo che il partito cinese Democratic Action Party avesse ottenuto un buon risultato alle elezioni.

E’ ovvio però, che i politici usano la questione razziale e religiosa per nascondere ed evitare gli argomenti più importanti – l’economia e la repressione contro la corruzione.

Fonte: Asian Correspondent
Link: https://asiancorrespondent.com/2017/11/three-issues-will-dominate-malaysian-election/#cP8I0fQB4M0pEZpQ.97

22 novembre, Birmania – Gli Stati Uniti condannano la “pulizia etnica”

Gli Stati Uniti hanno deciso di aumentare la pressione sul regime birmano accusando il paese di “gravi atrocità” contro i Rohingya che potrebbero essere considerate “pulizia etnica”. La dichiarazione del segretario di stato americano Rex Tillerson, in visita in nel paese settimana scorsa, è al momento la più dura condanna sulla questione.

“Dopo un’attenta e scrupolosa analisi dei fatti, è chiaro che la situazione nello stato di Rakhine costituisce pulizia etnica nei confronti della popolazione Rohingya” ha dichiarato Tillerson. “Nessuna provocazione può giustificare le atrocità che sono derivate”. Più di 600.00 Rohingya hanno dovuto fuggire in Bangladesh per scappare alle violenze dell’esercito.

La reazione da parte dell’esercito ha causato gravi episodi di violenza secondo quanto testimoniano i rifugiati che descrivono scene estremamente cupe: soldati e milizie cittadine che massacrano e bruciano interi villaggi. L’esercito respinge categoricamente ogni accusa ma ha impedito l’accesso a qualsiasi giornalista e non ha accreditato la missione ONU, mandata per capire cosa stia veramente accadendo.

Fonte: The Straits Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/us-condemns-ethnic-cleansing-of-rohingya-in-myanmar

23 novembre, Bangladesh – Bangladesh e Birmania si accordano per il rientro dei Rohingya

Il Bangladesh e la Birmania inizieranno a rimpatriare i rifugiati Rohingya da qui a due mesi. Centinaia di migliaia di Rohingya hanno trovato rifugio in Bangladesh in quello che è ormai il più grande campi profughi del mondo. La minoranza musulmana è fuggita da una dura repressione militare che è stata definita da diversi capi di stato e di governo come “pulizia etnica”.

Dopo una serie di incontri tra la leader birmana Aung San Suu Kyi ed il ministro degli affari esteri bengalese A. H. Mahmood Ali, le due parti hanno regolato gli ultimi dettagli procedurali. Non è ancora stato definito però quanti Rohingya verranno effettivamente rimpatriati e quanto tempo prenderà l’intero processo. I gruppi per i diritti umani ha dichiarato la propria preoccupazione per come procederà la situazione e in che condizioni saranno rimpatriati.

I Rohingya non sono solo vittime di episodi di violenza ma di tutta una serie di discriminazioni portate avanti dallo stato birmano. Il gruppo è sistematicamente oppresso e oltre a non aver diritto alla cittadinanza birmana e a tutta un’altra serie dei diritti, non ha accesso ai servizi più basilari. “Non torneremo in Birmania a meno che non venga concessa la cittadinanza a tutti i Rohingya” ha dichiarato un Rohingya di 52 attualmente in Bangladesh.

Fonte: The Strait Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/myanmar-bangladesh-sign-rohingya-return-deal

24 novembre, Cambogia – Hun Sen avvisa che potrebbe perdere le elezioni

Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha avvisato il proprio partito che potrebbero perdere le prossime elezioni, anche dopo aver sciolto ed eliminato dalla corsa l’unico credibile partito di opposizione. Inoltre, il primo ministro avrebbe chiesto di ai propri sostenitori e ai membri del Partito Popolare Cambogiano (CPP) di migliorare la propria immagine.

Queste rivelazioni provengono da una fuga di notizia caricata online. Nel documento audio si sente chiaramente il primo ministro ordinare ai quadri del partito di mettere fine alle pratiche di corruzione, estorsione e altre pratiche illegali, e di iniziare a rendere le persone felici. “Se dovessimo fare un pessimo risultato o perdere sarebbe doppiamente una sconfitta dopo aver già sciolto l’opposizione… Le persone potrebbero deporci tramite un’elezione”.

Il CPP ha cercato di minimizzare l’importanza del documento comparso online, il portavoce Sok Eysan ha dichiarato che il messaggio non fosse segreto. “Non c’è nulla da nascondere, stava solo facendo il suo lavoro in quanto capo di partito e primo ministro”.

Fonte: The Strait Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/cambodia-prime-minister-hun-sen-warns-his-party-it-could-still-lose-election-despite

25 novembre, Rohingya – Il Bangladesh e la Birmania accettano il sostegno dell’UNHCR

Il Bangladesh e la Birmania hanno accettato di ricevere assistenza da parte dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite per assistere i due governi nelle operazioni di rimpatrio dei Rohingya. L’accordo è stato firmato nella giornata di giovedì e le operazioni dovrebbero iniziare tra due mesi.

Nel giro delle prossime tre settimane dovrebbe essere creata una commissione di lavoro tra le tre entità per poter accordarsi sugli ultimi dettagli e iniziare le operazioni. Il ministro degli affari esteri bengalese Abul Hassan Mahmood Ali ha dichiarato “La nostra priorità è di assicurare un ritorno dignitoso a casa loro”. “Le case sono state bruciate a Rakhine, dovranno essere ricostruite. Abbiamo proposto alla Birmania di accettare l’aiuto proposto dalla Cina e dall’India.

I Rohingya rimpatriati verranno momentaneamente accolti in campi vicino ai loro villaggi distrutti. Secondo l’accordo, il governo birmano si impegna in modo che coloro che tornano non rimarranno per troppo a lungo in questi campi ed inoltre gli verranno consegnati documenti di identità appena passeranno la frontiera.

Fonte: The Straits Times
Link: http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/bangladesh-myanmar-agree-to-let-unhcr-assist-rohingyas-return

26 novembre, Birmania – Aumenta la paura che il Papa menzioni i Rohingya

Il Papa Francesco arriverà lunedì in Birmania e inaugurerà la prima visita papale nella storia del paese a maggioranza buddista. L’eccitazione causata dall’arrivo del sommo pontefice, specialmente per i circa 650.000 cattolici del paese, è però mischiata ad una certa angoscia. “Come molte persone, ho paura di ciò che dirà a proposito dello stato di Rakhine” ha dichiarato un prete molto nervoso a riguardo.

Il Papa arriverà a direttamente a Yangon dove incontrerà Aung San Suu Kyi e successivamente il comandante dell’esercito Aung Hlaing il giorno seguente nella capitale Naypyitaw. Sono state previste due messe nella città di Yangon, a seguire il pontefice si recherà in Bangladesh dove incontrerà dei rifugiati Rohingya. La massima autorità cattolica del paese, il cardinale Charles Maung Bo, ha consigliato al Papa di non usare il termine Rohingya, estremamente controverso in Birmania. Infatti, molti non pensano che esista un’etnia “Rohingya” e li definiscono immigranti illegali bengalesi.

Numerosi cattolici birmani hanno espresso una certa simpatia per la causa Rohingya. Molti temendo però che una dichiarazione da parte di Papa Francesco dia il via ad una violenta repressione da parte dei buddisti nazionalisti. Prima di recarsi il Birmania il pontefice ha incontrato l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, attualmente a capo di una commissione per tentare di risolvere la questione Rohingya e una delle rare persone ascoltata dal governo birmano.

“Siamo sicuri che Kofi Annan gli abbia spiegato in maniera esaustiva la gravità della crisi e avrà sicuramente capito cosa possa dire o meno” ha dichiarato un portavoce della chiesta cattolica birmana. Ciononostante, Papa Francesco si è creato una certa notorietà nell’affrontare le tematiche scomode ed incline a gesti forti e fuori programma. Vi sono numerose incertezze su questa prossima visita del Papa in Birmania, ciò che è certo è che le sue azioni e le sue parole verranno seguite con grande attenzione.

Fonte: The Guardian
Link: https://www.theguardian.com/world/2017/nov/26/pope-visit-myanmar-fears-of-violence-catholics-rohingya

Featured image source: Wikimedia

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