Le Relazioni Internazionali tra Giappone e Indonesia durante la II Guerra Mondiale: Asia telah kembali kepada bangsa Asia*

* “L’Asia è stata restituita agli Asiatici”, slogan indonesiano.

             –Federica Galvani

Il Giappone occupò l’Indonesia durante la II guerra mondiale, dal Marzo 1942 alla fine della guerra nel 1945. Questo fu un periodo molto critico per l’Indonesia perché venne meno il ruolo dei colonizzatori Olandesi e presero il via cambiamenti numerosi e talmente straordinari da permettere, poi, la rivoluzione indonesiana che porterà all’indipendenza del paese.

Questa occupazione fa parte dell’avanzata del Giappone nel Sud-Est asiatico che aveva il doppio fine “ufficiale” di costruire una sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale e di liberare i Paesi asiatici dall’imperialismo Occidentale. In realtà le aree dell’Asia che furono poste sotto il controllo e l’occupazione giapponese non si sentirono veramente liberate e non godettero mai della co-prosperità. Il termine Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale non significava, infatti, una solidarietà egualitaria che comprendeva la completa indipendenza e uguaglianza di tutti i popoli asiatici (Giles 2015, 7). L’interesse del Giappone era quello di acquistare la precedenza nella regione; il Giappone, infatti, voleva diventare il leader politico della nuova Asia, responsabile per il governo e per la guida di quelle genti che non avevano l’abilità dell’indipendenza.
Il Giappone si considerava la “luce dell’Asia” (Alatas S. F. 1997, 103) in quanto unica nazione asiatica ad essersi trasformata in una società moderna e tecnologica, ad essere rimasta indipendente dalle potenze occidentali e ad avere sconfitto una potenza europea, la Russia.
I giapponesi, in nome di questa superiorità, parlavano  di Nanshin (o avanzata verso il sud) e sostenevano che il Giappone, in quanto esempio morale dell’Asia, era destinato a diffondere la sua influenza sul Nan’you (i mari del Sud) (Shimizu 1993, 31).

Gli interessi giapponesi nel Sud-Est asiatico

Se già durante la I Guerra Mondiale il Giappone, con la conquista degli ex possedimenti della Germania in Micronesia, aveva mostrato interesse per questa area geografica, è a partire dagli anni ’30 che comincia a guardare al Sud-Est asiatico come la risposta ideale alle due sfide che si trova ad affrontare: la necessità di nuovi mercati dove esportare i propri prodotti e la necessità di materie prime.
Nei primi anni ‘30, quindi, l’interesse era motivato prettamente da ragioni economiche e non strategiche e riguardava soprattutto le isole (Filippine, Malesia e, in particolare, le Indie Orientali Olandesi). La popolazione indigena, veniva vista come potenziale consumatore. Qui, infatti, erano esportati i prodotti tessili che risultavano essere molto attraenti, in primo luogo per il basso prezzo.

Cominciarono così scambi commerciali intensi e fu creata una linea navale di commercio tra il Giappone e Java. Il successo dei beni giapponesi tra gli abitanti del Sud-Est asiatico aveva dimostrato che un’alternativa alle economie coloniali occidentali era possibile e, in questo senso, la penetrazione economica giapponese nelle Indie Orientali fu il primo passo nella decolonizzazione, prima ancora dell’occupazione del 1942.

Negli anni ‘40, invece, a seguito di una serie di cambiamenti nazionali e internazionali, ci fu un riorientamento della politica estera giapponese e gli interessi verso queste zone diventarono politico-strategici.

Il Giappone, infatti, invadendo la Manciuria (1931) aveva cominciato la guerra con la Cina. Il Giappone, poi, aveva creato uno stato fantoccio, il Manchukuo, che nessuno riconobbe come legittimo. Questo isolò il Giappone. Nel 1937, l’incidente del Ponte di Marco Polo segnò l’inizio dello scontro totale tra i due stati. A differenza della Prima, la Seconda guerra Sino-Giapponese (7 luglio 1937-2 settembre 1945) non fu una guerra breve e vantaggiosa per il Giappone. Questa guerra spinse l’economia e le forze armate giapponesi al limite. Le forniture di ferro, olio e gomma arrivarono a un punto critico e il Giappone si trovò solo e senza alleati nella regione.

Il Giappone aveva un disperato bisogno di risorse e così, negli anni ’40 tra i giapponesi prese piede l’idea che, per ottenere la vittoria, il conflitto si dovesse espandere verso nord oppure verso sud. L’espansione verso nord, cioè verso l’Unione Sovietica, era la possibilità appoggiata dall’esercito mentre l’espansione verso sud, cioè verso il Sud-Est asiatico, che presupponeva l’entrata in conflitto con gli USA, l’Inghilterra e l’Olanda, era quella appoggiata dalla marina. Alla fine anche l’esercito, a seguito della disastrosa battaglia di Khalkhin Gol cominciò a mostrare il suo interesse verso queste zone perché, occupando l’Indocina francese, si riusciva a tagliare fuori la Cina da tutte le assistenze materiali e per questo alla fine il Ministro degli Esteri Arita Hachiro scelse questa ultima opzione e nel 1940 incluse l’avanzata verso sud nel “Nuovo ordine dell’Asia Orientale”. Questa dichiarazione rappresentò una minaccia per le potenze Occidentali e, di conseguenza, USA, Gran Bretagna e Olanda interruppero la vendita di petrolio e acciaio al Giappone. Il Giappone considerò questa scelta come un atto di aggressione poiché senza queste risorse la sua macchina bellica si sarebbe arrestata.
L’8 dicembre 1941 le forze giapponesi attaccarono i possedimenti della corona britannica di Hong Kong, attaccarono Shanghai e le Filippine all’epoca sotto il controllo statunitense; utilizzarono, inoltre, le basi francesi in Indocina per invadere la Thailandia e da qui, successivamente, attaccarono la Malesia. Attaccarono, inoltre, anche Pearl Harbor.

Occupazione dell’Indonesia

L’occupazione giapponese dell’Indonesia fu preceduta da una propaganda decennale che aveva la funzione di preparare il terreno per l’occupazione militare.

A partire dal 1934, poi, il Giappone cominciò il suo piano di manipolazione dell’opinione pubblica indonesiana contro la colonizzazione degli olandesi e a favore dei giapponesi così che gli indonesiani li considerassero come loro liberatori. All’inizio per raggiungere questi obiettivi i giapponesi appoggiarono il partito anti-coloniale indonesiano e cercarono la collaborazione dei giornali locali più influenti. Successivamente cominciarono a creare una presenza clandestina nella stampa indonesiana, ovvero cominciarono a stampare in lingua indonesiana giornali che in teoria rappresentavano il maggior partito politico del Paese ma che, in realtà, erano un mezzo per esprimere le opinioni e gli interessi giapponesi e per diffonderli tra la popolazione.
Nonostante questa propaganda decennale, il documento politico base per l’amministrazione militare giapponese nel Sud-Est asiatico, che definiva le regole essenziali per organizzare l’amministrazione delle regioni occupate, fu approvato solo tre settimane prima dello scoppio della Guerra del Pacifico (il 20 Novembre 1941). Questo documento stabiliva tre regole: provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico e della pace (il Giappone non doveva incoraggiare i movimenti d’indipendenza e ci doveva essere un lungo periodo di governo militare), dare priorità alle risorse strategiche della regione, garantire che le economie locali potessero rendere le forze d’occupazione autosufficienti dalla madrepatria (Lapian 1996, 216). Diventa, quindi, chiaro ed evidente che il Giappone anche se si presentava come liberatore in realtà voleva solo sfruttare queste zone e aveva ancora l’immagine del Sud est asiatico dell’epoca Meiji ovvero “nord per gli uomini, sud per le materie prime” (ibidem, 216): il Giappone come culla della cultura e di forza lavoro specializzata e il sud est asiatico come luogo di materie prime e lavoro da sfruttare.

Seguì, quindi, l’azione concreta di occupazione. Nel giro di pochi mesi il Giappone invase l’Indonesia. A gennaio del 1942 cominciarono gli attacchi e alla fine del febbraio dello stesso anno il Giappone aveva conquistato le isole esterne dell’arcipelago indonesiano e poi, con la caduta dell’aeroporto di Denpassar a Bali, Java fu tagliata fuori dal mondo esterno. L’8 Marzo gli olandesi si arresero a seguito di grosse perdite e l’esercito coloniale fu inviato nei campi di detenzione. In un tempo relativamente breve, quindi, venne meno il regime coloniale olandese plurisecolare e l’Indonesia si trovò sotto il controllo di un nuovo Paese straniero.

Reazione dell’Indonesia

I giapponesi inizialmente furono visti come liberatori e, quindi, furono accolti molto bene dalla popolazione locale che li considerava come “fratelli”; presto si diffuse un senso d’entusiasmo e ottimismo e nei giornali dell’epoca si legge: “è arrivato il giorno tanto sognato, ci è stata data la possibilità di amministrare da soli i nostri affari e il governo… Ora è il momento di mostrare al mondo che possiamo farcela da soli…”.
L’amministrazione militare giapponese ebbe un inizio piuttosto tranquillo. Non ci fu, infatti, quasi alcuna resistenza neppure da parte del movimento nazionalista indonesiano.
I giapponesi avevano due grandi vantaggi che facilitarono il loro lavoro di trasformazione di questa regione in provincia del grande Giappone: l’iniziale supporto spontaneo della popolazione locale e il confronto con una élite politica (i nazionalisti guidati da Sukarno e Hatta, gli islamici e i priyahi che erano i tradizionali amministratori regionali e locali) divisa, impreparata al veloce cambiamento dei colonizzatori, politicamente inesperta e, quindi, facilmente controllabile da parte della nuova amministrazione.
Il sentimento di aspettativa e di fiducia mostrato dal popolo indonesiano verso i giapponesi rivela che non era preparato all’occupazione giapponese nelle loro isole. Gli stessi leader nazionalisti appoggiarono il militarismo giapponese nella convinzione che cooperando avrebbero ottenuto l’indipendenza del Paese in tempi molto brevi.

Comportamento dei giapponesi

I giapponesi, però, presto si dimostrarono tutt’altro che dei liberatori. Sfruttarono l’élite politica locale nelle prime settimane d’occupazione, quando la legge e l’ordine pubblico dovevano essere velocemente restaurati e il personale giapponese era insufficiente per attuare questo programma. L’immediata rimozione dei funzionari olandesi, infatti, aveva lasciato un vuoto politico e amministrativo e di conseguenza fu permesso ai funzionari indonesiani di riprendere le loro cariche politiche e amministrative. Questo creò l’illusione che la sola entrata dei giapponesi nel Paese avesse portato l’autonomia e l’indipendenza ma in realtà si trattava di una situazione temporanea. Con l’arrivo degli amministratori civili giapponesi l’élite indonesiana fu privata di cariche pubbliche importanti e fu relegata a cariche inferiori, in alcuni casi addirittura più basse di quelle svolte sotto i colonizzatori occidentali.

Cominciarono, poi, atti discriminatori e oppressivi nei confronti della popolazione locale, giustificati dalla convinzione di una superiorità razziale e iniziarono lo sfruttamento economico del territorio e della forza lavoro. Molti lavoratori e contadini furono trasferiti in altre aree e costretti ai lavori forzati, sotto forma di reclutamenti volontari. Migliaia di persone furono portate via dall’Indonesia come lavoratori non liberi per progetti militari del Giappone; un esempio è la costruzione della ferrovia Burma-Siam (nota anche come “ferrovia della morte”) dove centinaia di migliaia di prigionieri, costretti ai lavori forzati, morirono per le durissime condizioni di lavoro e per le malattie.

Presto gli indonesiani capirono, quindi, chi realmente prosperava nella sfera di co-prosperità della Grande Asia Orientale. Lo slogan “l’Asia è tornata agli asiatici” poteva essere interpretato come “l’Asia è tornata ad una nazione asiatica: il Giappone” (Lapian 1996, 2015). Gli indonesiani cominciarono così a temere i loro liberatori.

Successiva reazione indonesiana

Gli indonesiani inevitabilmente reagirono di fronte all’atteggiamento dei giapponesi che risultò essere molto diverso da quello precedentemente propagandato.
Si crearono gruppi anti-nipponici come il gruppo PETA (gruppo per la difesa della terra dei padri). Questo gruppo nel settembre 1944 organizzò la rivolta Blitar, che nasceva dall’odio e dalla rabbia verso gli invasori giapponesi e che aveva lo scopo di liberare il Paese dal loro dominio. Questa rivolta fu preludio della rivoluzione indonesiana del 1945.
Cominciò anche una resistenza popolare, motivata soprattutto dallo sfruttamento giapponese delle risorse indonesiane.
Nonostante tutto, però, continuò l’appoggio da parte dell’élite politica, soprattutto i nazionalisti, che avendo visto come il Giappone era riuscito a distruggere l’intero sistema coloniale delle grandi potenze occidentali in un periodo di tempo piuttosto breve, preferì continuare ad appoggiare gli invasori e a non organizzare alcuna resistenza militare. Quello che fecero, invece, fu prepararsi all’indipendenza pacificamente e gradualmente cooperando con i giapponesi. Cooperazione con i giapponesi significava liberazione dagli occidentali e i leader politici del Sud Est asiatico che cooperarono non si sentirono traditori della causa nazionale ma, anzi, considerarono il loro atteggiamento una sorta di collaborazione strategica, utile per raggiungere l’indipendenza nazionale.

Fine dell’occupazione

L’occupazione giapponese terminò ufficialmente con la resa del Giappone il 15 Agosto 1945.
La sconfitta nella battaglia delle Midway (giugno 1942) fu una svolta nella Guerra del Pacifico a favore degli alleati e, quando nel luglio 1944 gli americani conquistarono l’isola di Saipan, la situazione per i giapponesi divenne critica. Nello stesso anno il Premier Koiso Kumiaki annunciò che alle Indie Orientali sarebbe stata concessa l’indipendenza in un futuro molto vicino; in realtà delle vere azioni in questa direzione cominciarono solo nei primi mesi del 1945. Sukarno, Hatta e altri nazionalisti ante-guerra cercarono di cooperare fino alla fine con l’esercito giapponese per ottenere l’indipendenza. Il 15 Agosto 1945, quando il Giappone fu definitivamente sconfitto, Sukarno affermò che non si doveva dichiarare subito l’indipendenza perché questioni così importanti si dovevano discutere prima con i giapponesi. Questo atteggiamento spinse i giovani nazionalisti, la cui coscienza politica si era formata dopo l’occupazione giapponese, ad ottenere l’indipendenza con le loro forze. Il 16 agosto, infatti, il corpo di volontari indonesiani bruciò la bandiera giapponese, arrestò chi aveva collaborato con i giapponesi e creò la prima zona libera in Indonesia.
Il 17 agosto Sukarno dichiarò l’indipendenza del Paese anche se in realtà le truppe indonesiane impiegarono altri 4 anni per ottenere l’indipendenza effettiva. In questi anni si trovarono a combattere contro gli olandesi che volevano ristabilire il completo controllo della zona.

I giapponesi in Indonesia, dopo la proclamazione dell’indipendenza, ebbero due diversi atteggiamenti (Goto 1984): quello della “fedeltà” e quello della “rinuncia”. Coloro che decisero di rimanere fedeli alla madrepatria tornarono in Giappone dove dovettero cominciare una nuova vita sotto l’occupazione americana. Questi costituirono il gruppo più numeroso. Gli altri, invece, rinunciarono alla fedeltà all’impero e tra questi ci fu chi scelse di morire e si suicidò e chi si identificò con gli indonesiani integrandosi perfettamente nella comunità locale e, in alcuni casi, partecipando attivamente alla guerra di indipendenza.

Conclusioni

Il periodo dell’occupazione giapponese fu un periodo molto difficile per l’Indonesia. L’imperialismo giapponese, infatti, si mostrò ben più rapace del potere coloniale occidentale e, nonostante le dichiarazioni iniziali, non concesse l’indipendenza al Paese.

Questo periodo, però, non fu completamente privo di vantaggi perché aiutò a porre fine al governo coloniale olandese e fu un’opportunità per gli abitanti dell’Indonesia di sviluppare sentimenti di solidarietà e rafforzare l’identità nazionale. Questi sentimenti si rivelarono successivamente fondamentali per la creazione della repubblica indonesiana.

Bibliografia

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Featured Image Source: Wikimedia

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