Mar Cinese Meridionale: mare nostrum o mare meum?

Di François Desimone

Nell’ultimo periodo la questione che più agita le riviste di relazioni internazionali, insieme all’elezione del magnate americano Trump e ai test missilistici nordcoreani, è la disputa nel Mar Cinese Meridionale. La controversia riguarda il controllo di questo mare, o porzioni di esso, per possibili vantaggi strategici, politici e sicuramente economici. Sono numerosi i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale: Cina, Taiwan, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei, Indonesia e Singapore. Quasi tutti sono coinvolti nella disputa con rivendicazioni che entrano in contrasto fra loro. E ovviamente nessuno è pronto a cedere neanche un centimetro all’altro. Ma come si è arrivati a tutto ciò? E soprattutto perché?

Il Mar Cinese Meridionale non è un mare qualsiasi, secondo i dati delle Casa Bianca ogni anno transitano l’equivalente di 5.3 mila miliardi di dollari di merci[1]. Inoltre, secondo la U.S Energy Information Administration, nel sottosuolo sarebbero intrappolati 11 miliardi di barili di petrolio e 190 mila miliardi piedi quadri di gas naturale (all’incirca 17.5 mila miliardi di metri cubi)[2]. Le stime variano da un’agenzia all’altra, ma rimangono sempre cifre colossali. Per di più, controllare il Mar Cinese Meridionale significherebbe controllare quasi certamente lo Stretto di Malacca, uno dei punti di traffico marittimo più importanti al mondo.

Questi dati e queste stime rendono bene l’importanza della posta in palio e aiutano a capire perché gli attori di questa vicenda non sono pronti a cedere. In primis Vietnam e Filippine rivendicano grandi porzioni del Mar Cinese Meridionale, ma la Cina, senza ombra di dubbio, è il paese con le maggiori rivendicazioni. Pechino reclama la sovranità di quasi la totalità del Mar Cinese Meridionale e di un’ingente porzione del Mar Cinese Orientale. Le pretese cinesi si basano sulla “linea a nove tratti” ideata e disegna nel 1947, prima che Mao proclamasse la nascita della Repubblica Popolare Cinese[3]. La “linea a nove tratti” circonda all’incirca il novanta percento delle acque del Mar Cinese Meridionale e si estende fino a 2000 chilometri dalle coste cinesi. Quella che in origine era la “linea a undici tratti” – due “tratti” intorno al Golfo del Tonchino sono stati rimossi negli anni Cinquanta come gesto di apertura e sostegno verso il Vietnam – serve come base alle rivendicazioni cinesi di possedere un “diritto storico” in questo mare[4]. Con questa strategia il governo cinese cerca di aggirare le norme internazionali contenute nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Convenzione che ha firmato e ratificato[5]. Nel corso degli anni ci sono stati numerosi scontri tra la Cina e i suoi vicini. Nel 1974 la Cina strappò le isole Paracel al Vietnam uccidendo 70 vietnamiti, solo quattordici anni dopo ci furono nuovi incidenti nelle isole Spratly dove rimasero uccisi 60 marinai vietnamiti. Nel più recente 2012, Cina e Filippine arrivarono quasi al punto di scontrarsi nel Scarborough Shoal. Il punto di svolta arrivò, tuttavia, l’anno seguente. Nel gennaio del 2013 Manila portò il governo di Pechino alla Corte Permanente di arbitrato dell’Aja, cercando di mettere fine alle rivendicazioni di Pechino[6]. Il 12 luglio 2016 la Corte si pronuncia a favore delle Filippine: la Cina non ha alcun diritto storico in base al quale rivendicare la sovranità sul 90% delle acque del Mar Cinese Meridionale. La risposta cinese non si è fece attendere, optando per una linea dura: “Il Tribunale che ha gestito l’arbitrato sul Mar cinese meridionale unilateralmente iniziato dal precedente governo filippino ha emanato la sua sentenza finale oggi. […] La giuria non ha giurisdizione e la sua decisione è naturalmente nulla”[7].

Da allora la disputa del Mar Cinese Meridionale è diventata un complicato gioco di intrecci politici, strategici e militari. La questione ha preso spessore internazionale, superando l’idea di una semplice disputa regionale dovuto al coinvolgimento degli Stati Uniti. La superpotenza americana, sotto l’amministrazione Obama, si è concentrata sempre più costantemente nella regione Asia-Pacifico con il cosiddetto “Pivot to Asia”. Con questa nuova strategia la Casa Bianca voleva voltare pagina con l’ossessione dell’era Bush per il Medio Oriente, la democratizzazione e il terrorismo. Le occupazioni dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno catalizzato l’attenzione degli Stati Uniti, mentre il commercio con l’Asia è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi vent’anni. La volontà del presidente Obama era quindi di riorientare le risorse americane, sia economiche sia militari, verso quello che alcuni esperti considerano il nuovo baricentro economico mondiale. La svolta verso l’Asia determinava, pertanto, un ridimensionamento dell’importanza del Medio Oriente. Il “Pivot to Asia”, diventato poi un blando rebalancing nel secondo mandato di Obama, si è mostrato complesso da realizzare, prima di tutto perché alcuni Paesi medio orientali si sono rivelati essere più problematici di quanto si augurasse la Casa Bianca. Le crisi in Siria, Iraq e Libia hanno brutalmente ricordato all’amministrazione Obama quanto sono profonde le cicatrici lasciate dagli interventi militari post 11 settembre 2001. Inoltre, sul fronte asiatico l’impegno americano non ha convinto. La maggiore attenzione militare ed economica degli Stati Uniti in Asia è stata interpretata da Pechino come un tentativo di contenimento della sua ascesa e pertanto una minaccia ai suoi interessi nazionali.

Per quanto riguarda le dispute territoriali asiatiche, gli Stati Uniti sono voluti sembrare tendenzialmente neutri, maldestramente[8]. Nel “National Defense Authorization Act” del 2015, gli Stati Uniti si schierarono chiaramente dalla parte del Giappone per quanto riguarda la controversia delle Isole Senkaku, un arcipelago al largo delle coste Giapponesi composto da qualche isolotto e storicamente sotto il controllo del Giappone. Verso la fine degli anni Sessanta sono state scoperte grandi quantità di idrocarburi e le isole Senkaku, che erano precedentemente considerate prive d’interesse, sono diventate il teatro di una lunga e feroce disputa territoriale fra Pechino e Tokyo. Inoltre, lo stesso documento, non riconosce o perlomeno mette in dubbio la legalità della “linea a nove tratti”, ribadendo l’importanza della libertà di circolazione dei mari. Come viene, giustamente, notato nel documento non si può impedire l’accesso ad imbarcazioni, civili o militari, nella propria Zona Economica Esclusiva (ZEE)[9]. Gli Stati Uniti sono perfettamente consapevoli che la loro superiorità militare proviene dal controllo dei mari[10]. Se la marina militare americana venisse tagliata fuori dal Mar Cinese Meridionale, ovvero da quasi tutto il sud-est asiatico, sarebbe un duro colpo per il proprio prestigio, nonché per la propria credibilità.

I timori cinesi di un accerchiamento hanno pertanto contribuito all’acuirsi delle dispute territoriali con i vicini asiatici e alla accresciuta volontà di Pechino di tutelare le proprie prerogative di attore regionale. La Cina ha così avviato la costruzione di isole artificiali e installazioni militari nel Mar Cinese Meridionale allarmando molti Paesi, dal Vietnam alle Filippine, passando per la Malesia, l’Indonesia e il Brunei, che temono di perdere l’accesso ad una area marittima ricca di risorse ittiche ed energetiche.

Il Vietnam che, con la consapevolezza di non poter rivaleggiare alla pari con la Cina, ha portato avanti un importante rialzo della propria spesa militare: +170% dal 2005 al 2014[11] e il governo di Hanoi non ha avuto il timore di imitare la Cina costruendo isole artificiali e basi militari nelle zone contestate, come le isole Spratly[12]. Per quanto siano imponenti i cinquanta ettari di terreno creati da Hanoi, ciò che preoccupa maggioramente il governo cinese è la posizione strategica che essi occupano. Inoltre su queste isole saranno probabilmente dispiegati alcuni aerei di ricognizione e controllo. Se numerosi stati sembrano voler tentare un approccio più cauto nei confronti della Cina, questo non è il caso del Vietnam.[13]

La situazione è notevolmente più complessa per quanto riguarda le Filippine e il suo vulcanico presidente Rodrigo Duterte, che il 30 giugno ha assunto il ruolo di Presidente[14]. Qualche giorno dopo la pubblicazione della sentenza dell’Aja, Duterte dichiarò che non sarebbe stato necessario soffermarsi troppo sull’arbitrato. Nei mesi successivi Manila si avvicinò sempre più a Pechino, che in cambio promise importanti aiuti economici, voltando così le spalle allo storico alleato americano. Tuttavia, nel dicembre 2016 ci fu un rocambolesco ribaltamento della situazione. Rodrigo Duterte inviò una protesta ufficiale all’ambasciata cinese nelle Filippine per la costruzione di altre isole artificiali nelle zone contestate. Inoltre il presidente filippino dichiarò che avrebbe onorato i patti di difesa stretti con gli Stati Uniti, nonostante qualche mese prima avesse preso le distanze dall’alleato.

In tutto ciò, l’organizzazione che dovrebbe poter facilitare il dialogo nella questione, l’ASEAN, sembra totalmente paralizzata. Numerosi stati membri portano avanti una pericolosa politica: incoraggiano i pescatori a lavorare nelle zone contestate per poter così aumentare la propria legittimità su queste aree, sottoponendoli però a gravi rischi. Dal 1999 sono morti diversi pescatori che si sono scontrati con le guardie costiere di stati rivali. Per alcuni critici, se L’ASEAN non riesce a proteggere la vita dei suoi cittadini, questa non ha nessuna ragione di esistere[15]. Un ulteriore fattore che mina la legittimità dell’ASEAN è il comportamento cinese. La Cina infatti ha ripetutamente dimostrato che preferisce condurre i propri negoziati bilateralmente. In questo modo il governo cinese può sfruttare la propria supremazia economica e militare e lasciare pochi margini di manovra. Inoltre, i cinesi sospettano che dietro ad un dialogo multilaterale si nascondano gli Stati Uniti che cercano di imporre la propria agenda. Infine il funzionamento stesso dell’ASEAN è problematico, all’interno dell’organizzazione non esiste nessun leader, nessuno stato guida da poter seguire. L’importanza e la centralità di mantenere buoni rapporti fra tutti i membri, e la pratica del consenso e delle consultazioni rendono impossibile discussioni all’interno dell’ASEAN su questioni spinose quali il Mar Cinese Meridionale. La maggior parte dei paesi che compongono l’ASEAN sono poveri, con importanti problemi strutturali, e nella maggior parte dei casi dipendono fortemente dal commercio cinese. Per questo motivo Cambogia e Laos non sono in grado di opporsi. Indonesia e Cambogia esportano troppo petrolio ed altri combustibili verso Pechino[16]. La questione del Mar Cinese Meridionale potrebbe essere l’occasione perfetta per l’ASEAN di affermarsi come l’effettivo organo sopranazionale del sud-est asiatico, rendendolo un mezzo di risoluzione delle controversie. Se però la situazione non dovesse migliorare l’organizzazione rischierebbe di entrare in una profonda crisi di legittimità.

La questione del Mar Cinese Meridionale è pertanto complessa e le varianti in gioco sono molte. Alcuni parlano di un possibile scontro tra Cina e Stati Uniti, altri sono più fiduciosi. La verità è che nessuno può sapere quale sarà il prossimo passo e quale direzione prenderanno gli stati coinvolti. Inoltre si aggiunge un’altra variabile: Donald Trump. Difatti è nota la sua antipatia per la Cina, ha più volte fatto allusione ad una possibile guerra economica. Ma è ancor più nota la sua imprevedibilità. Non si può sapere come deciderà di affrontare la questione, anche per il fatto che non si è ancora delineata con precisione la linea di politica estera di questa nuova amministrazione.

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[1] [1] http://www.cfr.org/asia-and-pacific/chinas-maritime-disputes/p31345#!/?cid=otr-marketing_use-china_sea_InfoGuide

[2] Ibidem

[3] http://www.lastampa.it/2016/07/12/esteri/il-tribunale-dellaja-decide-i-confini-del-mar-cinese-meridionale-fAmrQI8LOgTLEDltBycOIM/pagina.html

[4] la Cina concesse agli inizi del 1957 l’isola di Bach Long Vi (Bailongwei in cinese) al Vietnam

[5] http://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/1988596/whats-chinas-nine-dash-line-and-why-has-it-created-so

[6] http://www.bbc.com/news/world-asia-pacific-13748349

[7] http://www.lastampa.it/2016/07/12/esteri/il-tribunale-dellaja-decide-i-confini-del-mar-cinese-meridionale-fAmrQI8LOgTLEDltBycOIM/pagina.html

[8] http://foreignpolicy.com/2011/12/21/the-american-pivot-to-asia/

[9] National Defense Authorization Act, The Asia-Pacific Maritime Security Strategy, 2015.

[10] Command of the Commons, Barry Posen.

[11] Dati del Stocklholm International Peace Research Institute, Military Expediture Database.

[12] https://www.forbes.com/sites/ralphjennings/2016/11/28/a-resilient-mini-me-rival-is-challenging-chinas-control-of-a-disputed-sea/#1aae1da92d67

[13] https://www.stratfor.com/analysis/south-china-sea-vietnam-stands-its-ground

[14] http://edition.cnn.com/2016/06/29/asia/philippines-duterte-inauguration/

[15] http://thediplomat.com/2016/12/the-asean-crisis-part-1-why-the-south-china-sea-is-a-critical-test/

[16] http://thediplomat.com/2016/12/the-asean-crisis-part-2-why-cant-asean-agree-on-the-south-china-sea/

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