Rassegna internazionale 24-30 aprile: Sud Est Asiatico

24 aprile, Filippine – Avvocato per i diritti umani accusa Duterte

Un avvocato per i diritti umani ha sporto un caso presso la Corte Penale Internazionale, che definisce il presidente Rodrigo Duterte come un l’autore di una strage (“mass murderer”), per tentare di aprire un’inchiesta in questa “buia, oscena, omicida e malvagia era nelle Filippine”.

In una denuncia di 77 pagine presentate insieme ad un procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, l’avvocato Jude Jose Sabio vuole cercare di arrestare Duterte e altre undici persone e detenerle all’Aia per impedirgli “di commettere altre stragi e uccidere potenziali vittime e testimoni”.

Sabio denuncia che il presidente “ha ripetutamente e continuamente commesso esecuzioni extra giurisdizionali e stragi che costituiscono crimini contro l’umanità” da quando è stato eletto sindaco della città di Davao nel 1988.

Secondo Sabio sarebbero 1.400 le persone uccise dagli “squadroni della morte” quando Duterte era il sindaco di Davao, e almeno 7000 persone sono morte per causa di azioni di polizia o di azioni di violenza privata incoraggiata dallo stato da giugno dell’anno scorso, quando è stato eletto alla presidenza.

L’avvocato ha portato come prove, le testimonianze davanti al senato di due ex assassini che dichiarano esser stati dei membri degli squadroni della morte di Duterte: Edgar Matobato e Arthur Lascana.

Il cinquantasettenne Matobato dichiara di aver iniziato le uccisioni, insieme ad una piccola milizia di sei persone, nel 1988. Hanno eviscerato le loro vittime, le hanno bruciate vive, o date in pasto ai coccodrilli mentre erano ancora in vita. A metà degli anni 1990, la loro piccola banda si era trasformata in un gruppo di 500 persone. Quando decise di abbandonare tutto questo nel 2013 aveva partecipato a più di mille esecuzioni secondo le proprie dichiarazioni.

Matobato spiega che lo scopo era quello di incutere timore ai criminali e quindi di cacciarli dalla città di Davao. Aggiunge che era Duterte a dare gli ordini per gli omicidi.

Avrebbe anche visto in prima persona Duterte scaricare due caricatori di Uzi su un agente governativo arrestato dai suoi uomini.

Matobato ha identificato Lascanas, all’epoca un poliziotto, come un altro membro dello squadrone della morte. Lo descrive come un “procuratore di assassini” e qualcuno di “molto vicino” a Duterte.

Lascanas ha inizialmente rigettato le dichiarazioni di Matobato in una prima udienza, per poi confermarne la maggior parte.

Inseguito, dopo un’altra udienza al senato, Lascanas ha dichiarato che il presidente Duterte avrebbe preso parte ad almeno tre omicidi, compreso un caso di esecuzione sommaria dell’intera famiglia di un uomo sospettato di finanziare un gruppo criminale.

Inoltre ha dichiarato che “Superman” – il presunto nome in codice di Duterte – era a conoscenza, acconsentiva, ordinava direttamente e tollerava questi omicidi.

L’entourage del presidente ha definito queste accuse come “fabbricazioni”.

Il senato ha accettato di considerare le dichiarazioni di Matobato e Lascanas come niente più di dicerie che non potranno essere usate come prove in un possibile impeachment contro Duterte.

Matobato è ora accusato di plurimo omicidio dopo le sue dichiarazioni.

Lascanas invece si è rifugiato a Singapore dichiarando che la sua sicurezza nel suo paese d’origine fosse compromessa.

Il caso portato presso la Corte Penale Internazionale si appoggia anche ai report di Amnesty International, Human Rights Watch, del difensore dei diritti umani e sacerdote Amado Picardal e di vari giornali.

I nomi di altri undici ufficiali, compreso il senatore Alan Peter Cayetano ed il ministro della giustizia Vitaliano Aguirre, vengono menzionati per aver aiutato ed incoraggiato le stragi.

Duterte ha definito la Corte Penale Internazionale come inutile e ha minacciato di ritirare la partecipazione delle Filippine.

Fonte: The Straits Times, http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/human-rights-lawyer-lodges-case-at-international-criminal-court-against-philippine

25 aprile, Indonesia  – Atteso per il 9 maggio il giudizio di Ahok

Si è chiuso il processo di blasfemia contro il governatore uscente di Jakarta Basuki Tjahaja Purnama, il giudizio verrà reso pubblico il 9 maggio. L’accusa ha richiesto 2 anni di libertà vigilata, una pena più leggera di quella inizialmente prevista. Il procuratore ha infatti deciso di prendere alcuni fattori in considerazione “Ahok è stato sempre educato durante le udienze, ha contribuito allo sviluppo di Jakarta, e il disturbo all’ordine pubblico ( che è accusato di aver causato) era parzialmente dovuto a Buni Yani”.

Ahok è stato accusato di aver insultato il corano in un video montato maniera da prendere delle sue dichiarazioni fuori contesto. Il governatore uscente di Jakarta ha ripetutamente dichiarato di esser stato trattato in maniera ingiusta e che fosse vittima di una campagna di diffamazione orchestrata da Buni Yani, colui che ha messo il video online.

Le udienze si sono svolte quasi una settimana dopo che Ahok la sua sconfitta elettorale per la propria rielezione.

Fonte: The Straits Times, http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/human-rights-lawyer-lodges-case-at-international-criminal-court-against-philippine

26 aprile – L’ASEAN decide di abbassare i toni

L’ASEAN ha deciso di adottare un tono più misurato del solito dopo il summit a Manila. Anche se ufficialmente l’organizzazione esprime delle “serie preoccupazioni” a proposito dell’ “escalation di attività” nel Mar Cinese Meridionale, non ci sarà nessun riferimento o allusione alle costruzioni di isole artificiali cinesi e della loro militarizzazione. Secondo alcune fonti questo sarebbe dovuto al tentativo di Duterte di corteggiare gli investimenti cinesi e non alimentare le tensioni.

Le tensioni riguardano le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale dove transita ogni anno l’equivalente di cinquemila miliardi di dollari di merce. Secondo l’ “Asia Maritime Transparency Initiative” a breve la Cina sarà in grado di dispiegare aerei da caccia su tre delle sue isole artificiali.

Il ministro degli esteri filippino del precedente governo ha commentato amareggiato la vicenda, e spiega che “dovremmo usare la nostra leadership per sostenere lo stato di diritto” e che “la leadership delle Filippine perderà molta influenza se non cogliamo questa opportunità”.

Fonte: Asian Correspondent, https://asiancorrespondent.com/2017/04/asean-statement-go-easy-beijing-regarding-south-china-sea/#KkAx3mASdFUV28G0.97

27 aprile, Indonesia – Filippine, Ratificato il trattato sulla frontiera marittima tra Indonesia e Filippine

Il parlamento Indonesiano ha ratificato un trattato fondamentale che stabilisce 1161 chilometri di frontiera marittima definendo così le reciproche zone economiche esclusive. Questo trattato è stato redatto nel 2014 dopo quasi due decenni di negoziazioni. La ratifica è avvenuta solo qualche giorno prima che il presidente indonesiano Joko Widodo si recasse a Manila per il trentesimo summit ASEAN e per incontrare il presidente filippino. I due paesi sono infatti pronti ad avviare una nuova rotta commerciale per migliorare la connettività della zona e lavorare su questioni di sicurezza come la pirateria ed il terrorismo.

Questo trattato arriva anche in un momento di crescenti tensioni per le pretese cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Anche se l’Indonesia non è direttamente interessata si dice preoccupata per lo stato di diritto nella zona. Inoltre lo stato cinese ha dichiarato che le acque attorno alle Natunas, in zona economica esclusiva indonesiana, fanno parte di territori tradizionali di pesca cinese.

Fonte: The Straits Times, http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/indonesia-philippines-sea-border-pact-ratified

Indonesia, Pressione sulla l’Indonesia per la libertà di stampa

Human Rights Watch (HRM) ha sollecitato il presidente indonesiano Joko Widodo ha prendere misure per proteggere i giornalisti. L’associazione per i diritti umani riconosce che ci sono stati sviluppi molto importanti da quando è caduto il regime militare nel 1998. Dall’inizio dell’era democratica, si sono moltiplicati i numeri di giornalisti, giornali e radio.

Con l’elezione di Widodo nel 2014, numerosi attivisti speravano dei miglioramenti per la protezione dei diritti umani ma si sono rivelati abbastanza delusi. Inoltre dal 2008 una associazione non profit indonesiana, Alliance of Independent Journalist, ha documentato 577 esempi di violenza contro giornalisti. La situazione più critica però, si riscontra nelle piccole città o nelle zone rurali, dove esiste un’ “atmosfera di paura e auto censura in numerose sale stampa dovute ad abusi e minacce”

Il 3 maggio la capitale indonesiana ospiterà il World Press Freedom Day organizzato dall’Unesco. L’evento sarà in collaborazione con l’Indonesian Press Council ed il governo. Il vice direttore Asia del HRM ha dichiarata a tale proposito “il World Press Freedom Day dovrebbe essere un momento per celebrare il ruolo dei giornalisti nella società, ma in Indonesia l’attenzione si concentra sulle loro paure.”

Fonte: Asian Correspondent, https://asiancorrespondent.com/2017/04/pressure-indonesia-world-press-freedom-day-looms/#ube6Sqm0ZEwjQPCD.97

28 aprile, ASEAN –  La crescita ineguale potrebbe destabilizzare il Sud est asiatico

Il primo ministro malese Najib Razak ha lanciato un appello durante una conferenza ASEAN davanti ad un gruppo di imprenditori secondo il quale una crescita economica ineguale rischierebbe di marginalizzare una parte della popolazione, trasformarmandoli in estremisti violenti o che potrebbe sconvolgere i sistemi politici.

Il premier malese ha lodato l’imponente crescita economica degli ultimi 50 anni del Sud est asiatico, il PIL dei paesi ASEAN è passato da 87 miliardi di dollari a 2.7 mila miliardi. Numerosi economisti hanno però evidenziato grandi disparità tra i 620 milioni di abitanti.

Fonte:Asian Correspondent, https://asiancorrespondent.com/2017/04/uneven-growth-spark-extremism-instability-southeast-asia-malaysian-pm/#B1t4xRBmogwgeRDF.97

29 aprile, ASEAN – Il super accordo commerciale potrebbe non essere finalizzato

L’impulso di concludere la “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP), un accordo tra 16 diversi paesi voluto dall’ASEAN, è arrivato a gennaio di quest’anno quando un altro importante accordo commerciale è stato affossato dal presidente statunitense.

La Trans-Pacific Partnerchip (TPP), firmata nel febbraio dell’anno scorso, avrebbe dovuto comprendere il 40 percento del PIL mondiale, e un mercato di 800 milioni di persone, all’incirca un terzo del commercio mondiale.

Avrebbe segnato una nuova era creando nuovi standard per il commercio e gli investimenti.

Questo accordo ha oscurato il RCEP, un accordo proposto nel 2011 dall’ASEAN per aumentare l’integrazione con sei dei suoi partner economici con i quali ha già accordi di libero scambio: Cina, Australia, Nuova Zelanda, India, Giappone e Corea del sud.

Dopo che Trump firmasse l’ordine esecutivo per ritirare gli Stati Uniti dal TPP, il RCEP è tornato ad essere oggetto di studio e attenzione, anche per i paesi coinvolti in entrambi gli accordi come il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda.

Essendo quest’anno il cinquantesimo anniversario dell’ASEAN, esiste un forte incentivo tra i paesi membri per concludere un accordo entro la fine dell’anno.

Se questo dovesse avvenire, il RCEP sarà il più importante blocco commerciale al mondo con 32 percento del PIL mondiale e un mercato di 3.4 miliardi di persone, e un terzo del commercio mondiale.

Oltre ai soliti accordi sul commercio e gli investimenti, il RCEP punta a migliorare la trasparenza nel commercio e negli investimenti, aiutare le piccole e medie imprese a prender parte al processo di produzione e distribuzione regionale, e portare assistenza tecnica ai paesi meno sviluppati.

Da quando sono iniziati i negoziati nel 2013, i membri non sono riusciti per varie ragioni a stare al passo con il piano originale che prevedeva la conclusione dell’accordo per fine 2015. La prima di queste, secondo il professor Shujiro Urata, consigliere dell’Economic Research Institute for ASEAN and East Asia, sono i mancati accordi bilaterali di libero scambio tra Cina e India, Cina e Giappone, e Giappone e Corea del sud. Questo rende complicata ogni possibile forma d’intesa.

I membri fanno anche fatica ad accordarsi sulle riduzioni delle tariffe e sui servizi di liberalizzazione. In particolar mondo per l’India, preoccupata che una riduzioni delle tariffe porti ad un invasione nei propri mercati da parte dei prodotti cinesi, considerando il deficit commerciale già importante: 50 miliardi di dollari.

Inoltre l’India, molto sviluppata nel settore dei servizi, vorrebbe che le negoziazioni sui beni e servizi fossero portate avanti allo stesso tempo, cosa che potrebbe considerevolmente rallentare un accordo secondo alcuni esperti.

All’incirca un quarto dell’accordo è stato raggiunto. Considerando le difficoltà, è difficile dire se il RCEP potrà essere effettivamente concluso quest’anno. Alcuni esperti predicono che un accordo generale può essere raggiunto entro la fine dell’anno, ma per un trattato completo bisognerà aspettare ancora.

Fonte: Sud-est asiatico: The Straits Times, http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/regional-mega-trade-deal-may-not-be-finalised-this-year

30 aprile, ASEAN –  Il comunicato ASEAN sul Mar Cinese Meridionale

I leader del Sud-est asiatico hanno deciso di prendere una posizione più vaga sulle dispute del Mar Cinese Meridionale dopo il summit concluso questa domenica, evitando riferimenti alle isole artificiali cinesi e il loro armamento.

Il comunicato finale dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN), che è stato reso pubblico solo questa domenica, ha lasciato da parte i riferimenti a “rivendicazioni territoriali e militarizzazione” che erano presenti nel comunicato finale dell’anno scorso e secondo Reuters in una versione precedente non pubblicata.

Il risultato finale è dovuto a quello che due diplomatici ASEAN chiamano le pressioni del ministero degli affari esteri cinese e dell’ambasciata cinese a Manila sulla presidenza filippina dell’ASEAN. In questo modo le polemiche attività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale rimangono fuori dall’agenda dell’ASEAN.

Ciò significa anche che i quattro paesi che hanno spinto per tutta la durata del summit per una posizione più dura hanno dovuto adeguarsi ad un risultato più conciliante.

La Cina non è un membro ASEAN e non ha partecipato al summit, ma è estremamente sensibile alle sue dichiarazioni e le considera come un barometro sul dissenso delle attività cinesi.

Inoltre il comunicato menziona “il miglioramento della cooperazione tra l’ASEAN e la Cina”, e non ha incluso nessun riferimento alle “tensioni” o “escalation di attività” viste nelle versioni precedenti del documento. Menziona però le preoccupazioni di alcuni leader per i “recenti sviluppi”.

Pechino non ha gradito che alcuni membri abbiano espresso le loro preoccupazioni per le sue pretese sulle isole Spratly, dove ha anche in parte istallato dei sistemi missilistici.

Secondo alcuni esperti lo stato cinese è ormai capace di dispiegare aerei da combattimento su alcune delle proprie isole artificiali.

Questa versione del comunicato è senz’altro dovuta all’attuale presidenza filippina dell’ASEAN, diretta da Rodrigo Duterte, che vorrebbe mettere fine ad anni di tensioni sulla questione marittima e quattro anni di blocco navale del Scarborough Shoal. In risposta Pechino ha lasciato che i pescatori filippini tornasse ad usufruire di nuovo di quelle acque.

Duterte, sin da giovedì, ha detto ai giornalisti che non avrebbe senso discutere delle attività marittime cinesi perché nessuno avrebbe il coraggio di far pressione su Pechino.

Un diplomatico ASEAN ha detto che il comunicato riflette pienamente l’atmosfera che respirava nel corso del meeting a Manila. “Abbiamo rispettato il punto di vista filippino e abbiamo cooperato con la presidenza di quest’anno”.

Il comunicato, non menziona neanche l’arbitrato dell’Aja ma contiene, in una sezione separata da quella del Mar Cinese Meridionale, il bisogno di dimostrare “il pieno rispetto per i processi legali e diplomatici” nel risolvere le controversie.

A dimostrazione della sensibilità di Pechino sul caso dell’arbitrato, le due fonti diplomatiche che hanno parlato con Reuters questa domenica hanno dichiarato che l’ambasciata cinese ha svolto importanti pressioni dietro le quinte perché questa frase non figurasse sul comunicato finale, e la sua presenza viene interpretata come un riferimento velato all’arbitrato

Fonte: Asian Correspondent, https://asiancorrespondent.com/2017/04/delayed-asean-statement-s-china-sea-gives-beijing-pass/#oxAtpsrxDtEMygJL.97

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