Figli contesi. Il caso del Giappone e la storia di Pierluigi

Sono tante le storie di figli contesi, soprattutto fra coppie miste in cui uno dei due genitori si porta via il figlio, tornando nel Paese d’origine e tagliando ogni rapporto con l’altro genitore.

Di figli contesi si parla spesso in riferimento al Giappone, considerato a lungo il buco nero nei casi di sottrazione di minori, con un alto numero di controversie fra coppie miste in cui il genitore giapponese (molto spesso la madre) porta in Giappone i figli impedendo all’altro di poterli incontrare.

Il Giappone ha ratificato soltanto nel gennaio del 2014 la Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili per la sottrazione internazionale di minori del 1980.[1]

Ciononostante, la questione dell’affido dei figli fra coppie miste o giapponesi rimane ancora oggi molto complessa. L’ordinamento giuridico giapponese derubrica come questioni “private”, tutte le diatribe relative alla potestà genitoriale, all’affidamento e al mantenimento dei figli in seguito ad un divorzio. Nel sistema giuridico giapponese non è previsto l’istituto dell’affido condiviso. È il Tribunale a decidere a quale genitore spetta la piena potestà di un figlio, lasciando all’altro la possibilità di visite saltuarie. E molto spesso le sentenze danno ragione a chi si è portato via i figli.

Tuttavia, le battaglie legali intraprese dai cosiddetti “genitori lasciati indietro” sono oggi in aumento. Come nella storia di Pierluigi.

Pierluigi (nome di fantasia per tutelare la sua famiglia in vista del processo in corso ) è un cittadino italiano che vive e lavora a Tokyo, è sposato con una donna giapponese e padre di due figli che non vede dallo scorso anno. Da quel momento si è mosso per far valere i suoi diritti di padre, a partire dal processo in corso al Tribunale Familiare di Nagasaki.

1. Da quanto tempo non vede i suoi figli?

Io e mia moglie, dopo alcuni anni in Italia e poi in Germania, nel 2015 siamo venuti a vivere in Giappone, Paese di origine di mia moglie. Le cose fra me e mia moglie non andavano bene, ma pensavo che, trasferendoci nel suo Paese d’origine, la situazione sarebbe migliorata, invece appena completato il trasloco mia moglie ha deciso di andare a vivere nella sua città d’origine, Nagasaki, insieme con i nostri figli, uno di quattro anni e l’altra di due anni. La motivazione iniziale era la possibilità di accedere più facilmente ai servizi per l’infanzia; a Tokyo le liste di attesa negli asili sono lunghe. Per alcuni mesi ho visto i miei figli appena potevo raggiungerli: non avrei mai pensato di ricevere una mail a settembre in cui ero informato che non avrei più potuto rivederli. Quando è nata la nostra seconda figlia, ho preso un anno di permesso parentale e trascorrevo tutto il tempo con i nostri bambini, ora non posso immaginare di vivere senza di loro. Ad oggi mia moglie non ha ancora iniziato le pratiche per il divorzio.

2. Le autorità italiane (Ambasciata italiana, consolato, altri enti…) la stanno aiutando? Se sì, come?

A settembre dello scorso anno, dopo aver ricevuto la mail da mia moglie, mi sono subito rivolto all’Ambasciata italiana a Tokyo, che mi ha consigliato di informare la polizia e mi ha suggerito i nominativi di alcuni avvocati che hanno esperienza nelle controversie internazionali. Mi sono messo in contatto con questi avvocati che, tuttavia, mi hanno consigliato di lasciar perdere perché in Giappone funziona così e non c’è praticamente nulla da fare. Pur molto scoraggiato, non mi sono dato per vinto e ho continuato a informarmi sulla legislazione giapponese e internazionale.

Nel caso di separazioni fra genitori giapponesi, alcuni papà riescono ad ottenere la custodia dei figli. Considerando che io non ho alcuna intenzione di portare i miei figli all’estero e che il mio caso risulta fuori dall’ambito di applicazione della Convenzione dell’Aja sulla sottrazione di minori, perché il sequestro è avvenuto sul territorio giapponese e non all’estero, ho preferito rivolgermi ad avvocati esperti in caso di controversie fra genitori all’interno del Giappone.

L’Ambasciata mi ha altresì offerto un supporto linguistico, ma non ne ho bisogno perché parlo giapponese da 17 anni, e un sostegno psicologico. Fortunatamente anche sotto questo punto di vista, la vicinanza di colleghi e amici mi ha molto aiutato.

Le autorità italiane in Giappone hanno la possibilità di mettersi in contatto con mia moglie per chiedere come stanno i bambini, i quali hanno anche la cittadinanza italiana. Non ho ancora usufruito di questa opzione perché prima voglio vedere come procede il processo in corso presso il Tribunale Familiare di Nagasaki.

I bambini ora vivono a Nagasaki, l’autorità competente è pertanto il Consolato italiano di Osaka che si è dimostrato disponibile nell’offrirmi contatti utili per provare a risolvere la situazione all’interno del Giappone e a livello internazionale.

Oltre all’Ambasciata e al consolato, ho cercato contatti con le istituzioni italiane (Ministero degli Esteri, della Giustizia, il Parlamento italiano) compresa la Presidenza del Consiglio dei Ministri e della Repubblica.

Un ringraziamento speciale lo voglio fare al Consigliere Diplomatico della Presidenza della Repubblica, dott.ssa Emanuela D’Alessandro, per la bella lettera attestante la vicinanza sua e del Presidente della Repubblica Mattarella. In Italia l’ambiente familiare è considerato sacro, e pur trovandomi dall’altra parte del mondo, la vicinanza e il calore dell’Italia rendono fiero me e sicuramente anche i miei figli di essere cittadini italiani.

3. Quali autorità giapponesi (scuola dei bambini? assistenza sociale? o altri enti di questo genere) si sono mosse per aiutarla?

Del mio caso si è occupato recentemente il Parlamento giapponese: l’On. Kenta Matsunami ha discusso della mia situazione direttamente con il Primo Ministro Shinzo Abe durante una seduta della Dieta Nazionale giapponese.

L’ex-Ministro degli Esteri Minoru Kiuchi mi ha espresso il suo sostegno e ha confermato che il Parlamento giapponese dovrebbe approvare in tempi brevi (si parla del mese di giugno) una legge sulla sottrazione dei figli. Questo rende chiaro il fatto che il problema dei figli sottratti è ben conosciuto qui in Giappone. Il governo è interessato a intervenire, anche perché i suicidi per motivi familiari tra i giovani sono in aumento.

Tuttavia, ho preso contatto con diversi enti in Giappone (servizi sociali, servizi per il sostegno alle famiglie, chiesa cattolica, associazioni contro il razzismo, contro la violazione dei diritti umani), ma nessun ente mi è venuto incontro. Sebbene biasimino il comportamento di mia moglie, nessuno si impegna ad alzare la voce cercando di mettere fine a questa ingiustizia. L’unica cosa che ti senti dire è di contattare al più presto un avvocato .

Il Giappone ignora completamente anche la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ONU, pur avendola ratificata.

Se posso usare questa metafora, è come se tutti avessero capito che ci sono delle persone ferite in strada, ma si limitano a guardare la scena senza intervenire perché non sono medici o infermieri qualificati. La maggior parte dei giapponesi preferisce subire ingiustizie piuttosto che alzare la voce e denunciare i torti. Anche per questo molti impiegati di aziende si suicidano piuttosto che denunciare il proprio datore di lavoro per il numero di ore straordinarie.

4. La questione della “sottrazione dei figli” in Giappone viene trattata dai media? Se si, come?

Sottrarre i figli per ottenerne la custodia è una pratica costante in Giappone, pertanto non suscita molto interesse. Nessuno è sorpreso di questo. In Italia tutti si scandalizzano, qui invece si limitano a un freddo “Ah, ti è capitata la moglie che fugge”.

I media sono relativamente assenti, ma il caso di Yasuyuki Watanabe, funzionario del Ministero degli Interni, ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nei confronti di un’ingiustizia troppo ignorata.

Watanabe nel 2010 ha perso ogni contatto con la figlia che la madre si è portata via da un giorno all’altro, da allora ha iniziato una battaglia legale per rivederla. In un primo momento, con una storica sentenza, il tribunale gli aveva concesso l’affido della figlia, ma poco tempo fa L’Alta Corte di Tokyo ha ribaltato il verdetto perché la figlia era ormai abituata a stare senza di lui.

In concomitanza con il caso di Watanabe, l’articolo uscito su La Stampa lo scorso 6 gennaio[2] ha iniziato a circolare anche in Giappone, mostrando agli occhi dell’opinione pubblica e della classe politica i doppi standard nell’applicazione delle leggi sulla sottrazione dei bambini a livello nazionale e internazionale, in riferimento alla Convenzione dell’Aja. Per evitare le sanzioni della Convenzione dell’Aja, basta sottrarre i bambini una volta avvenuto il trasloco in Giappone, come è avvenuto nel mio caso. Se il Giappone continuerà a non far nulla per evitare queste ingiustizie, sempre più persone copieranno l’esempio di mia moglie.

L’intervento dell’On. Kenta Matsunami, durante la seduta della Dieta giapponese del 14 febbraio, ha comunque suscitato l’attenzione di molti giornalisti giapponesi che ora si stanno interessando al mio caso. Fino a pochi mesi fa, i media giapponesi riportavano erroneamente questo tipo di casi riducendoli a semplici controversie tra coniugi. La domanda principale che veniva posta e che è stata fatta anche a me era: “Cos’hai fatto a tua moglie per far sì che lei ti portasse via i figli?”.

Oggi, grazie agli articoli apparsi sui media internazionali, si sta iniziando a capire che non si tratta di mere controversie coniugali, ma di problemi di una intera società molto fredda nei confronti degli ambienti familiari.

Abbiamo chiesto un approfondimento giuridico a Giorgio Fabio Colombo, avvocato specializzato in diritto giapponese e docente presso l’Università di Nagoya.

1. Nel diritto internazionale è la Convenzione dell’Aja che regola gli aspetti civili per la sottrazione internazionale di minori. L’adesione del Giappone alla Convenzione  rappresenta un passo storico importante nel campo della sottrazione internazionale dei minorenni? Si può applicare al caso di Pierluigi?

La Convenzione dell’Aja è molto importante perché regola la tutela dei figli (minori di 16 anni) in caso di sottrazione internazionale; in Giappone è stata ratificata solo di recente (aprile 2014) e non c’è ancora un orientamento consolidato.

Il richiamo alla Convenzione dell’Aja presuppone che accada uno dei due seguenti casi: o la sottrazione internazionale, ossia quando uno dei due genitori (che sono di nazionalità diversa fra loro) conduce il minore in un Paese diverso da quello in cui è nato o comunque dal Paese di residenza abituale, senza l’autorizzazione dell’altro genitore; oppure quando, dopo un periodo di soggiorno in un Paese straniero, il minore non viene ricondotto nel Paese di nascita o di abituale residenza. Nel caso di Pierluigi mancano entrambi i requisiti, poiché la sottrazione è avvenuta nel Paese di residenza abituale. In più i genitori non sono divorziati, quindi l’ordinamento giuridico giapponese considera situazioni come questa questioni private, di semplice risoluzione domestica. A complicare ulteriormente la situazione è la specificità del diritto di famiglia giapponese che predilige la monogenitorialità in caso di divorzio a scapito della bigenitorialità. Vuol dire che il diritto giapponese non prevede l’esercizio congiunto della potestà genitoriale da parte di genitori divorziati o altre vie di compromesso, ove vi sia un divorzio e il conseguente venir meno della potestà congiunta dei genitori: sebbene ci siano limitati diritti di visita, un genitore viene in pratica escluso completamente dalla vita del figlio, che è affidato in via esclusiva all’altro genitore.

2. Il Giappone è considerato il “black hole of child abduction”: è vero che i tribunali giapponesi si esprimono sempre a favore del genitore di nazionalità giapponese (spesso la madre)? Anche nel caso di divorzi tra giapponesi la madre è sempre tutelata a discapito del padre? Cosa dice la giurisprudenza in materia? E’ una questione culturale?

Nella maggior parte dei casi l’affidatario è la madre. Questa scelta rientra nella cultura giapponese nella quale si ritiene che per fare l’interesse superiore del figlio si debba prediligere la via della stabilità, quindi di affiancare al figlio una sola figura genitoriale durante la crescita. Al contrario, l’affidamento congiunto o gli incontri frequenti con l’altro genitore possono costituire un fattore di disturbo e di minaccia per la stabilità di cui il minore ha bisogno.

Nei divorzi consensuali, ottenuti con la semplice procedura amministrativa (è circa il 90% dei casi in base alle statistiche), sono i genitori a decidere come provvedere. Qualora non riescano a trovare un accordo, si entra in una fase di conciliazione presso un tribunale, dove i divorzianti sono assistiti da una Commissione di conciliazione che aiuta a trovare un accordo anche sulla gestione dei figli. Solo nel 1% dei casi si va ad una vera e propria procedura di divorzio giudiziale, dove il giudice si pronuncia, decidendo anche sull’affidamento dei figli. La situazione è resa più complicata da questi fattori. Il primo è che il diritto giapponese considera la monogenitorialità come la situazione ideale in caso di divorzio; l’affido condiviso, che è lo standard per la maggior parte delle giurisdizioni più evolute, dove il diritto alla bigenitorialità è considerato un punto cardine per un minore, è sostituito in Giappone dalla preferenza per la stabilità della vita. Il tribunale in Giappone, quando decide in materia di affidamento dei figli, lo fa nel migliore interesse del minore come prevede la legge, e questo interesse del minore è considerato quello di avere una vita stabile. Di conseguenza, la bigenitorialità con l’affido condiviso e con periodi di visita più lunghi di un giorno è considerato un elemento di perturbazione di questa stabilità, e non è considerato raccomandabile.

Il secondo fattore è che in Giappone la visita ai figli minori non è ritenuto un diritto costituzionale, quindi è un diritto che sta al rango di qualsiasi diritto ordinario contenuto nel codice civile. Ci sono stati dei casi in cui un genitore non affidatario ha agito contro la decisione di affidamento sulla base di una disposizione costituzionale, che è il diritto alla felicità che esiste nella Costituzione giapponese, ma non è stata ritenuta valida. L’articolo 766 del Codice Civile prevede il diritto alla visita, ma l’interpretazione prevalente di questo articolo è che in sostanza il genitore abbia il diritto di chiedere di visitare i figli, ma non abbia il diritto di ottenere di far loro visita. Nel 48% dei casi il genitore non affidatario ha diritto alla visita meno di una volta al mese; nel 14% dei casi esistono delle visite più lunghe di un giorno. Nel 82% dei casi i figli sono affidati alla madre, situazione quindi particolarmente complessa e atipica , perché in molti altri Paesi nel mondo si va nella direzione opposta, cioè il maggior interesse del figlio è quello di conservare un rapporto con entrambi i genitori. Non sono un sociologo e non mi permetto di fare considerazioni di natura non tecnica; l’affido alla madre prescinde altresì dalle condizioni economiche, poiché lo stesso accordo economico viene lasciato alle parti con un aumento di madri in difficoltà economica perché non ricevono nulla dall’ex marito.

[1] La Convenzione, entrata in vigore il 1 aprile 2014, non ha effetto retroattivo.

[2] La Stampa, 6 gennaio 2017,  http://www.lastampa.it/2017/01/06/italia/cronache/luomo-che-combatte-la-legge-nipponica-per-rivedere-i-suoi-figli-2xgHMN5GrE7ImR8M5RkswK/pagina.html

Featured Image: http://www.japantimes.co.jp/community/2011/08/30/voices/japans-silent-tsunami-severs-parental-ties-wrecks-childrens-lives/#.WMkqUXBsfL8

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