Birmania, la difficile transizione un anno dopo la vittoria del partito di Aung San Suu Kyi

                                                                                                                                                             Arianna Miorandi

Da marzo di quest’anno Aung San Suu Kyi è Ministro degli Esteri e Consigliere di Stato della Birmania[1]. Finalmente al potere dopo anni di lotte, ma non nel posto che le sarebbe spettato, quello di Presidente del suo Paese. A chi ha parenti stretti di nazionalità straniera la Costituzione impedisce di diventare Presidente. Aung San Suu Kyi è l’unica esponente di spicco ad avere tali caratteristiche: vedova di un marito inglese[2] e i suoi figli hanno il passaporto britannico. I militari, al potere fino al novembre 2015, hanno accettato la transizione verso la democrazia, ma hanno temuto il potere della Lady[3] tanto da cambiare la Costituzione nel 2008.

La lunga battaglia per la democrazia di Aung San Suu Kyi, figlia del generale Aung San, uno fra i più importanti eroi dell’indipendenza birmana, iniziò nel 1988 quando, dopo aver completato gli studi a Oxford, tornò in Birmania e fondò la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). Nel 1990 vinse le elezioni ma l’esercito ignorò il risultato elettorale e costrinse Aung agli arresti domiciliari che durarono venti anni.

L’8 novembre 2015 il suo partito Lnd ha ottenuto la maggioranza dei voti (quasi l’80%) nelle prime elezioni libere dal 1990. Presidente del Paese è diventato Htin Kyaw, importante esponente dell’Lnd, uomo di fiducia e amico di infanzia di Aung , sempre al suo fianco dopo che le furono revocati gli arresti domiciliari nel 2010. Tuttavia, i militari si sono riservati un ruolo politico importante nel Paese grazie alle modifiche costituzionali che, da soli, hanno approvato nel 2008.

L’attuale Costituzione garantisce, infatti, all’esercito il 25% dei seggi in parlamento. Vice presidente è invece un uomo dell’esercito, Myint Swe e i militari hanno creato un Consiglio nazionale della difesa e della sicurezza, composto per la maggioranza da ufficiali dell’esercito, che può dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere il governo eletto. Si sono tenuti, inoltre, il controllo del Ministero degli Affari Interni e della Difesa.

Tuttavia, nonostante i vincoli costituzionali e le misure adottate dalla giunta militare, in Birmania e nel mondo tutti sanno che è Aung San Suu Kyi la leader de facto al vertice del potere.

Il Presidente, Htin Kyaw, nel giorno del suo giuramento davanti al Parlamento il primo aprile del 2016, ha dichiarato che “il governo lavorerà per la riconciliazione nazionale, per la pace nel Paese, per una nuova costituzione che apra la strada a una unione democratica e per migliorare lo standard di vita della popolazione”. [4]

E in questi primi sei mesi di governo, Aung San Suu Kyi ha cercato, prima di tutto, di rafforzare i legami internazionali per garantire al Paese aiuti e investimenti esteri, grazie ad una serie di viaggi all’estero.

Si è recata in Giappone, da anni uno dei principali investitori che non ha mai posto sanzioni al Paese, nemmeno durante la giunta militare[5], e in Gran Bretagna, Paese a cui Suu Kyi è legata dopo il suo matrimonio con un britannico e per i suoi studi a Oxford. A metà settembre è stata ricevuta da Barack Obama alla Casa Bianca, durante l’incontro il Presidente americano ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a togliere tutte le sanzioni economiche imposte alla Birmania durante gli anni del governo militare. Aung San Su Kyi si è impegnata nel difficile dialogo con i due giganti confinanti, la Cina, primo partner commerciale e l’India, per consolidare i rapporti commerciali. Ha provato a rinsaldare il legame con la Thailandia dove, tuttavia, i militari sono tornati al potere nel 2014 e il Paese appare ancora più instabile dopo la recente scomparsa del re Bhumibol.

Ma è sulla politica interna che Aung San Suu Kyi sembra incontrare le maggiori difficoltà mettendo a rischio il travagliato percorso verso la riconciliazione nazionale. Il processo di pace è una priorità del suo governo ed è il tema sul quale sono alte le aspettative sia all’interno del Paese che nella comunità internazionale. Una delle questioni più spinose che Aung San ha dovuto affrontare riguarda, infatti, la questione dei rapporti con le minoranze etniche presenti del Paese. L’ultimo presidente militare, Thein Sein, ha cercato in tutti i modi di ottenere un accordo nazionale di cessate il fuoco, senza riuscirvi. La Birmania è percorsa da anni da tensioni etniche: il principale conflitto riguarda i Rohingya, una minoranza musulmana, soggetta a persecuzione, a cui i militari negarono la cittadinanza a partire dal 1982[6]. Secondo le Nazioni Unite i Rohingya sono considerati una delle minorazione etniche più perseguitate al mondo[7] e non sono riconosciuti fra le 135 minoranze del Paese[8], perché ritenuti dalla maggioranza buddhista immigrati illegali provenienti dal Bangladesh.

Il nuovo governo ha istituto, il 30 maggio, il Central Committee on the Implementation of Peace, Stability and Development of Rakhine State, guidato dalla stessa Aung San Suu Kyi, con l’obiettivo di “potare la pace, la stabilità e lo sviluppo a tutte le persone dello stato di Rakhine”, dove, si stima, vivano circa 1,1 milione di persone in gran parte della minoranza musulmana Rohingya.

Tuttavia, a inizio ottobre, l’esercito birmano ha lanciato una offensiva militare nello stato di Rakhine, uno delle aree più povere del Myanmar. L’attacco armato è stato giustificato dai militari con la necessità di colpire i responsabili di disordini alla frontiera con il Bangladesh. Durante le operazioni militari, secondo i residenti e alcuni difensori dei diritti umani i soldati sono stati protagonisti di abusi nei confronti dei civili con esecuzioni sommarie, stupri e incendi appiccati alle case[9].

Non è la prima volta che scoppiano le violenze in questa area della Birmania. Nello stato di Rakhine gli scontri fra musulmani e buddisti si sono intensificati nel 2012[10], provocando, in quell’anno, la morte di oltre 110 persone. Da allora circa 120.00 musulmani Rohingya sono costretti a vivere, in condizioni di estrema povertà e senza alcun diritto, in campi profughi o in zone controllate dell’esercito senza libertà di movimento. Secondo le Nazioni Unite, numerosi sono stati i casi di arresti arbitrari, torture, esecuzioni e violenze ai danni di centinaia di Rohingya[11]. Chi riesce tenta la fuga disperata via mare verso la Thailandia o la Malesia[12]; molti muoiono durante le traversata o, non avendo documenti di identità, finiscono nelle mani di trafficanti di uomini[13]. Malesia e Indonesia hanno allestito campi temporanei di accoglienza dove i profughi rimangono detenuti per molti mesi senza alcuna prospettiva.

Aung San Suu Kyi è stata criticata per essere rimasta in silenzio e non aver preso misure efficaci sulla questione dei Rohingya.

La Lady ha negato qualsiasi abuso durante le operazioni militari iniziate ad ottobre, sebbene abbia ribadito che i militari debbano agire secondo la legge e di attendere le indagini prima di dichiarare qualcuno responsabile degli eventuali illeciti[14].

I parlamentari dell’ASEAN per i diritti umani hanno sollecitato il governo birmano affinché conduca indagini imparziali per capire se sono stati commessi abusi contro i civili e lasci libero accesso agli operatori umanitari e ai giornalisti nelle aree dove vive la minoranza musulmana. [15]

Gli Stati Uniti hanno chiesto chiarimenti alla stessa Aung San Suu Kyi e hanno invitato le autorità birmane a fare chiarezza su quanto accaduto e a punire i responsabili[16].

L’operazione militare ha acuito la tensione fra il governo e i militari, responsabili della sicurezza. Negli scorsi mesi Suu Kyi si è detta disponibile a sostenere il lavoro di una commissione consultiva, creata dal governo il 24 agosto per occuparsi del tema dei Rohingya. L’organismo, formato da nove personalità internazionali e sei nazionali[17], sarà guidato dall’ex Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan e si è dato un anno di tempo per studiare la situazione e proporre una soluzione.

Le violenze nello Stato di Rakhine, tuttavia, continuano con l’uccisione a inizio novembre di almeno venticinque persone.

Human Rights Watch ha mostrato, attraverso l’analisi di alcune immaginari satellitari, la distruzione, avvenuta nelle scorse settimane, di numerosi edifici in tre villaggi nelle aree più remote di Rakhine e ha affermato la necessità di istituite una commissione di indagine guidata dalle Nazioni Unite[18].

Così a un anno dalla vittoria del suo partito, sul governo piovono le critiche internazionali, mentre si avvicina un altro anniversario importante per la Lady, i venticinque anni dalla vittoria del Premio Nobel della Pace, vinto il 10 dicembre del 1991, premio che Suu Kyi non poté ricevere personalmente perché si trovata agli arresti domiciliari ma che la proiettò sulla scena internazionale.

Oggi la difficile gestione della minoranza musulmana sembra oscurare la sua lunga battaglia che l’ha fatta conoscere al mondo come icona per la democrazia e i diritti umani.

[1] Birmania o Myanmar come fu ribattezzato il Paese nel 1988 dalla giunta militare.

[2] Michael Aris, professore di cultura tibetana e marito di Aung San Suu Kyi dal 1972, morì nel 1999 a Oxford mentre Aung si trovava in Birmana senza possibilità di lasciare il Paese. Aris non ottenne mai un visto dalla giunta militare per entrare nel Paese e incontrare Aung.

[3] Nel 2011 il regista francese Luc Besson ha diretto il film “The Lady” sulla vita della leader birmana.

[4] https://www.theguardian.com/world/2016/mar/30/myanmar-swears-in-htin-kyaw-as-first-civilian-president-in-decades

[5] http://toyokeizai.net/articles/-/143173

[6] http://www.fortifyrights.org/downloads/Yale_Persecution_of_the_Rohingya_October_2015.pdf

[7] https://www.amnesty.org.au/rohingya-people-most-persecuted-refugees-in-world/

[8] U.N. Commission on Human Rights, Report on the Situation of Human Rights in Myanmar, June 2016

[9] http://www.reuters.com/article/us-myanmar-rohingya-exclusive-idUSKCN12S0AP

[10] http://www.fortifyrights.org/downloads/Yale_Persecution_of_the_Rohingya_October_2015.pdf

[11] U.N. Commission on Human Rights, Report on the Situation of Human Rights in Myanmar, June 2016.

[12] http://www.fortifyrights.org/downloads/Yale_Persecution_of_the_Rohingya_October_2015.pdf

[13] United States Senate Committee on Foreign Relations, Trafficking and Extortion of Burmese Migrants in Malaysia and Southern Thailand, April 2009.

[14] http://www.dw.com/en/myanmar-unrest-puts-pressure-on-suu-kyi/a-36259779

[15] Japan Times, http://www.japantimes.co.jp/news/2016/11/02/asia-pacific/politics-diplomacy-asia-pacific/asian-mps-urge-probe-reported-myanmar-abuses-envoys-visit-troubled-rakhine/#.WCwc9ig7ZrN e https://www.hrw.org/news/2016/11/13/burma-massive-destruction-rohingya-villages

[16] http://www.reuters.com/article/us-myanmar-rohingya-exclusive-idUSKCN12S0AP

[17] http://thediplomat.com/2016/09/can-kofi-annans-commission-solve-the-rohingya-conundrum/

[18] https://www.hrw.org/news/2016/11/13/burma-massive-destruction-rohingya-villages

Featured Image Source: http://www.reuters.com/news/picture/aung-san-suu-kyi-goes-to-washington?articleId=USRTSNT1Y

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