La cooperazione interregionale: i rapporti tra Unione Europea e Asean

Jan Trevisan

Nel 1972 l’avvicinamento tra la Comunità Economica Europea e l’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) diede avvio alla prima forma di cooperazione tra i Paesi dell’Europa Occidentale, intesi come un’entità univoca, e un altro organismo regionale.[1] Nel corso degli anni, l’importanza simbolica di tale relazione non sempre è stata paragonabile alla sua importanza reale nel panorama delle relazioni internazionali: questo divario è stato causato dalle numerose differenze tra le due parti, che trovano origine nelle loro diverse esperienze storiche e ne condizionano i rispettivi obiettivi, strutture e capacità. Tuttavia, queste differenze non hanno certamente impedito alle due parti di diventare importanti partner commerciali: oggi, l’ASEAN rappresenta per l’UE il terzo partner negli scambi, secondo solo agli Stati Uniti d’America e alla Cina; invece, l’UE rappresenta per l’ASEAN il secondo partner commerciale, con una quota di mercato inferiore solamente a quella della Cina.[2] Inoltre, l’UE rappresenta per l’ASEAN il principale investitore diretto estero, con una quota pari a quasi 22% del totale degli investimenti.[3]

Dal punto di vista politico, la collaborazione con l’ASEAN offre all’UE la possibilità di supportare attivamente la cooperazione regionale e il multilateralismo a livello globale. Analizzando questa relazione nell’ottica della teoria della global governance[4], intesa come un maxi sistema creato dai diversi approcci di cooperazione utilizzati dai responsabili della governance per risolvere i problemi transnazionali, è possibile notare come riunisca in sé due elementi distinti e complementari: da un lato il regionalismo bilaterale della relazione UE-ASEAN, caratterizzato da una cooperazione diretta ed istituzionalizzata tra le due regioni, dall’altro il transregionalismo del processo Asia-Europe Meeting, rappresentante della tendenza delle regioni a creare processi comuni, che coinvolgano nel dialogo attori provenienti da tutti i livelli.[5]

Relazioni bilaterali UE-ASEAN

La relazione tra l’Unione Europea e l’ASEAN è al momento il caso più avanzato di regionalismo bilaterale, caratterizzato dalla partecipazione regolare in molteplici ambienti di dialogo e dalla realizzazione di progetti di cooperazione relativi a specifici ambiti bilaterali. Il livello di istituzionalizzazione della relazione è abbastanza basso: vengono privilegiati i forum di discussione informali, svolti a livello ministeriale, diplomatico e dei senior officials, con il supporto occasionale di gruppi di esperti provenienti dalla società civile.

Le basi per la cooperazione CEE-ASEAN furono poste tra il 1972 e il 1974. Le origini dell’interazione tra le due regioni vanno cercate nei primi anni Settanta, tra le spinte provenienti dall’ASEAN in risposta ai cambiamenti economici in Europa (dove erano state innalzate barriere commerciali in reazione prima al collasso del sistema di Bretton Woods, poi alle crisi petrolifere degli anni ’70) e allo spostamento dei centri del potere in Asia (causato sia dall’azione delle potenze della Guerra Fredda che dall’aggressività delle politiche di mercato del Giappone, in straordinaria crescita). Il risultato di questa fase è stata l’apertura di numerosi canali di dialogo, costituiti prevalentemente da ambienti di discussione informali e da scambi diplomatici. Una prima evoluzione della relazione tra le due regioni si ebbe nel 1978, quando su proposta tedesca entrambe le parti acconsentirono a portare il dialogo interregionale a livello ministeriale: gli incontri tra i Ministri degli Esteri dei Paesi delle due regioni avviati in quell’anno, chiamati Asia-Europe Ministerial Meeting, tutt’oggi[6] si svolgono regolarmente. Successivamente, la collaborazione venne rafforzata anche a livello parlamentare, con l’invito da parte dei paesi ASEAN ai membri del Parlamento Europeo a partecipare agli incontri periodici dell’ASEAN Inter-Parliamentary Assembly.

La prima formalizzazione delle relazioni tra la CEE e l’ASEAN avvenne nel 1980, con la firma dell’EEC-ASEAN Cooperation Agreement tra il Consiglio dell’Unione Europea e i cinque Paesi membri dell’ASEAN, ovvero Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia. Classificato dalla CEE come un Interregional Framework Cooperation Agreement multilaterale, l’accordo mirava a sviluppare la cooperazione commerciale ed economica tra le parti. A supporto dell’accordo, la CEE istituì nei paesi membri dell’ASEAN una serie di comitati, chiamati Joint Investment Committees, con lo scopo di promuovere sistematicamente gli investimenti europei nella regione. L’EEC-ASEAN Cooperation Agreement ebbe degli effetti positivi sul dialogo politico tra le due parti, in particolare nel miglioramento delle capacità di agenda-setting riguardo a certe situazioni internazionali di rilevanza, per esempio la collaborazione presso l’UNHCR per mitigare il dramma dei rifugiati civili dovuto alla fine della guerra del Vietnam o la comune posizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel condannare la guerra in Afghanistan conseguente all’invasione Sovietica. [7] Inoltre, questo accordo si rivelò un successo anche a giudicare dalle statistiche economiche: tra il 1971 e il 1979, il volume totale degli scambi commerciali tra le due regioni si moltiplicò per dieci, mentre il flusso di investimenti europei nell’Asia sudorientale arrivò temporaneamente a superare gli investimenti americani e giapponesi. Tuttavia, più che un rapporto alla pari, la relazione tra le due regioni fino al 1989 era più simile ad una relazione del tipo “donatore-ricevente”, non solamente in forza della possibilità dell’ASEAN di accedere ai programmi di aiuto europei. Infatti, i dati dimostrano come nel 1989 la quota dell’ASEAN nel mercato europeo rappresentasse solamente il 3.1%, mentre la quota europea nel mercato dell’ASEAN si assestasse su un valore ben più alto, il 15%.[8]

La caduta del Muro di Berlino pose le condizioni per una nuova fase nelle relazioni interregionali. Il rafforzamento dei legami tra l’Europa e l’Asia dopo la Guerra Fredda venne inteso come un contribuito alla trasformazione del mondo in un sistema multipolare, nel quale la direttrice atlantica e quella pacifica, basate rispettivamente sul G7/8 e sull’APEC, sembravano già ben sviluppate. In aggiunta, il completamento del mercato comune europeo e l’ipotesi di una moneta unica, unito alle prospettive di allargamento della CE ai Paesi dell’area ex-sovietica, instaurarono nei governi dell’ASEAN il dubbio che i flussi commerciali, gli aiuti e gli investimenti europei, diretti in precedenza verso l’Asia, potessero essere deviati altrove. In questo panorama, le relazioni interregionali furono segnate da due episodi. Il primo fu l’espressione congiunta della volontà di ambo le parti di intensificare la mutua cooperazione in ambito economico, formulata nel corso dell’undicesimo incontro AEMM tenutosi a Karlsruhe nel settembre 1994. Il secondo episodio fu la pubblicazione nel luglio 1994, da parte della Commissione Europea, del documento programmatico New Asia Strategy, che prevedeva un rafforzamento della presenza europea in Asia, affiancando alla cooperazione economica la lotta alla povertà, la promozione della buona governance e la collaborazione in materia di sicurezza. Questo documento era motivato dalla duplice necessità della Comunità Europea di rivedere l’andamento del dialogo euro-asiatico e di rimodellare la sua politica estera per renderla adatta alle competenze della Common Foreign Security Policy, istituita dal Trattato di Maastricht. Questi due episodi riuscirono a spostare il dialogo verso questioni concrete di interesse comune, favorendo un clima di avvicinamento reciproco tra la CE e l’ASEAN, che portò nel biennio 1994-1995 a più di 25 incontri organizzati all’interno del framework di mutua cooperazione,[9] molti dei quali innovativi (come il Senior Officials Meeting, un incontro periodico per dibattere un’ampia varietà di questioni politiche e di sicurezza, e il dialogo Asia-Europe Meeting, trattato più sotto), nonché nel rafforzamento degli scambi commerciali. Nel 1995, la CE diventò il terzo partner commerciale dell’ASEAN, registrando un aumento delle esportazioni nell’area del 20%, raggiunto grazie al dinamismo delle economie asiatiche e alla conseguente concentrazione degli interessi europei verso alcuni Paesi, per i quali furono adottati degli specifici documenti programmatici.

Il rafforzamento dell’interconnessione economica non venne tuttavia tradotto in un rafforzamento della cooperazione politica. Questo fu particolarmente evidente tra il 1997 ed il 2000, quando si registrò un peggioramento delle relazioni tra le due parti causato dalle pressioni da parte della CE sull’ASEAN per un maggiore livello di protezione dei diritti umani, che toccarono il loro apice quando quest’ultima ammise ai dialoghi la Birmania, accusata di sistematiche violazioni dei diritti umani. In aggiunta, il dialogo tra le due regioni subì un arresto a causa della crisi economica del 97-98, alla quale l’Europa rispose in un modo giudicato deludente dalla maggior parte dei partner asiatici.[10] Vari incontri, anche di alto livello, furono cancellati in risposta a questo peggioramento. Le parti riuscirono comunque ad uscire dallo stallo e riprendere il dialogo all’alba del nuovo millennio, in particolare in seguito alla pubblicazione nel 2001 della comunicazione della Commissione Europea dal titolo Europe and Asia: a Strategic Framework for Enhanced Partnerships. Questo documento programmatico ebbe il merito di prendere atto della frammentazione della realtà asiatica, elencando una serie di partner economico-politici con la quale intensificare il dialogo bilaterale, senza però trascurare l’importanza delle relazioni tra i due blocchi regionali, considerati come entità univoche, in particolare nell’ottica dell’azione comune all’interno delle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e il WTO.

La successiva fase delle relazioni UE-ASEAN venne avviata nel marzo 2007, quando entrambe le parti sottoscrissero il documento Nuremberg Declaration on an EU-ASEAN Enhanced Partnership, che prevedeva un aumento della mutua cooperazione in molteplici campi, come le questioni di sicurezza, la cooperazione allo sviluppo e la promozione del multilateralismo. La dichiarazione venne seguita poco dopo dal documento ASEAN-EU Plan of Action to Implement the Nuremberg Declaration, adottato a Singapore nel settembre 2007, che delineava una lista di 28 ambiziosi obiettivi di cooperazione[11] dominati da due progetti a lungo termine: il raggiungimento di una più stretta integrazione regionale asiatica, tramite l’istituzione di una ASEAN Community entro il 2015,[12] e il raggiungimento, quanto prima possibile, dell’ASEAN-EU Free Trade Agreement. Nonostante questo periodo fosse stato segnato da un incremento dell’integrazione regionale sia in Europa che in Asia, con la firma rispettivamente del Trattato di Lisbona e dell’ASEAN Charter, le relazioni politiche tra le due parti nel corso del quadriennio 2008-2012 furono rallentate a causa dello spostamento di priorità dovuto alla crisi economica.

La corrente fase delle relazioni tra i due partner è stata avviata nel 2012, in concomitanza con il quarantesimo anniversario del dialogo tra l’ASEAN e l’UE, quando quest’ultima dimostrò il suo sostegno all’integrazione dell’ASEAN sottoscrivendo il Treaty of Amity and Cooperation in Southeast Asia, che dal 1976 rappresenta una delle basi fondanti dell’integrazione regionale asiatica. Nello stesso anno, le parti adottarono congiuntamente il Bandar Seri Begawan Plan of Action to strenghten the ASEAN-EU Enhanced Partnership, un documento programmatico contenente le raccomandazioni per tradurre in azioni concrete gli obiettivi della Nurenberg Declaration per il quadriennio 2013-2017. Per raggiungere questo obiettivo, nel corso del ventesimo incontro dei Ministri dell’UE e dell’ASEAN, tenutosi nel luglio 2014, furono avviati i lavori per la definizione di un programma atto a portare la relazione UE-ASEAN al livello di strategic partnership. Nel corso dell’incontro, l’UE si impegnò per dare una dimostrazione concreta della sua dedizione verso il raggiungimento di questo obiettivo, non soltanto a livello simbolico, con la partecipazione diretta come chair dell’incontro dell’allora Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Ashton, ma anche a livello pratico, con l’annuncio di un rafforzamento dell’impegno finanziario europeo alle iniziative di integrazione asiatica. In aggiunta, il 2014 vide anche la costituzione dell’EU-ASEAN Business Council, un organismo atto a promuovere ulteriormente gli investimenti e il commercio tra le due regioni.

Più recentemente, nel maggio 2015 l’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha prodotto una comunicazione, destinata al Parlamento e al Consiglio, intitolata The EU and ASEAN: a partnership with a strategic purpose. In questo documento sono tracciate le linee guida per le azioni dell’UE nei confronti dell’ASEAN, necessarie per raggiungere nel breve e medio periodo un accordo di libero scambio tra le due regioni e vari accordi tecnici (per esempio, un accordo in materia di aviazione civile), nonché  per rafforzare il dialogo sul varie questioni transnazionali (come l’ambiente, la sostenibilità e la migrazione). Il documento prevede inoltre il rafforzamento del supporto finanziario da parte dell’UE e la nomina di un Ambasciatore europeo presso l’ASEAN. Il Consiglio Affari Esteri ha fatto propria questa strategia nel giugno 2015.

Asia-Europe Meeting (ASEM)

Nato nel clima di cooperazione che si era venuto a creare nel biennio 1994-95, su iniziativa congiunta di Singapore, che aveva proposto l’idea, e della Francia, l’Asia-Europe Meeting (ASEM) fu concepito come un ambiente di dialogo informale, non istituzionalizzato, che rendesse più agevole l’andamento dei contatti bilaterali tra le due regioni, in ottica del rafforzamento della cooperazione multilaterale a livello globale.

Gli incontri ASEM si ripetono ogni due anni[13] a partire dal 1996, quando il primo incontro riunì rappresentanti dei Paesi allora membri della CE e dell’ASEAN con rappresentanti della Cina, del Giappone e della Corea del Sud. Nel corso del tempo, l’ASEM non ha mai abbandonato le sue caratteristiche chiave, ovvero l’informalità (in nome della quale le decisioni raggiunte nell’ambito di questo processo non sono vincolanti per le parti), la multi-dimensionalità (i temi trattati possono essere raggruppati in tre categorie, detti anche i “Tre Pilastri”: politica, economia e cultura) e il dialogo su più livelli (agli incontri prendono parte sia alti funzionari governativi, sia accademici, rappresentanti del mondo del business ed esponenti della società civile). Nel corso dei suoi vent’anni di storia, il processo ASEM ha promosso un enorme quantità di iniziative atte a focalizzare la cooperazione tra le parti su tutti gli aspetti legati alle relazioni euro-asiatiche, con un particolare impegno verso l’ideazione di progetti action-oriented.

Grazie al suo particolare carattere informale e la sua complementarietà agli altri canali di dialogo e negoziato internazionale, il processo ASEM si è affermato fino a diventare una costante nel dialogo tra le due regioni, raggiungendo rilevanti successi nell’ambito della cooperazione culturale. Non a caso, solamente per la cooperazione in questo settore, l’ASEM ha rinunciato all’informalità dando avvio ad un’istituzione: l’Asia-Europe Foundation (ASEF), un’organizzazione non-profit che gestisce all’interno del framework ASEM le collaborazioni culturali, accademiche e people-to-people.

Le caratteristiche d’informalità e di non-istituzionalizzazione sono tuttavia anche alla base delle difficoltà che l’ASEM ha nel raggiungere risultati concreti nell’ambito della politica e dell’economia. Una prima carenza del processo è l’assenza di un organismo di coordinamento, che potrebbe contribuire ad assicurare la continuità del dialogo e a definire meglio le priorità all’interno dell’ampio spettro del dibattito. Il difetto di un coordinamento forte è ancora più rischioso se si considera che l’ASEM include oggi 53 parti: l’ASEAN, l’UE e 51 tra Paesi membri e non membri delle due organizzazioni regionali, tra i quali anche attori né europei né asiatici, come nel caso della Russia, del Kazakhstan, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Una seconda mancanza del processo è l’assenza di binding instruments che possano ridurre le possibilità che certe decisioni non vadano mai oltre ad una mera “dichiarazione di intenti”, come è purtroppo successo in varie occasioni. Inoltre, tra i fattori negativi del processo, va incluso l’atteggiamento passivo nei suoi confronti della Cina e del Giappone, che reputano l’ASEM un canale secondario per le loro relazioni con l’Europa rispetto al dialogo diretto bilaterale, come nel caso degli incontri UE-Cina e UE-Giappone. Il risultato è un considerevole spostamento del negoziato sulle problematiche più rilevanti sul piano bilaterale, lasciando all’interno del processo ASEM esclusivamente il dialogo sulle questioni di minore importanza sul piano internazionale: questo porta allo snaturamento del ruolo per il quale l’ASEM era stato concepito, minando i risultati dell’intero processo.

L’UE, tramite le parole dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha recentemente ribadito la necessità di rafforzare l’ASEM che, in quanto rappresentante circa il 60% della popolazione, del prodotto interno lordo e del commercio mondiale, può avere un notevole valore aggiunto intrinseco al dibattito su varie questioni prioritarie per l’intero pianeta, come la sicurezza transnazionale, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Ciò nonostante, affinché possa diventare un attore che condizioni positivamente l’andamento delle relazioni interregionali euro-asiatiche e la global governance, l’ASEM ha bisogno di una consistente ristrutturazione, che porti ad una migliore definizione delle priorità e ad un rafforzamento della coordinazione dell’intero processo. Nonostante il dibattito tra la necessità di attuare maggiori sforzi istituzionali comuni e la volontà di garantire l’informalità del dialogo sia ancora in corso, sembra esserci tra i vari attori coinvolti un consenso riguardo alla necessità di rafforzare prima possibile il processo:[14] una buona occasione potrebbe essere il prossimo summit ASEM, previsto a Ulaanbaatar in occasione del ventesimo anno del processo, nel luglio 2016.

Valutazioni e risultati concreti

Lo studio delle relazioni tra l’UE e l’ASEAN mette a confronto due entità regionali molto differenti: da una parte la prima, fortemente istituzionalizzata, caratterizzata da un processo di integrazione avanzato e una serie di successi storici; dall’altra, un’organizzazione multi-dimensionale, con grandi disuguaglianze interne, che non ha ancora raggiunto un grado di integrazione paragonabile a quello europeo. Queste differenze portano inevitabilmente a visioni divergenti in materia di cooperazione interregionale: infatti, mentre per l’UE sono di primaria importanza l’istituzionalizzazione ed il primato del diritto, per i Paesi dell’ASEAN è fondamentale il rispetto dell’ASEAN Way, ovvero il particolare insieme delle caratteristiche specifiche della diplomazia dell’area, comprendenti la non-interferenza, l’informalità e un livello di istituzionalizzazione minimo. Il rispetto di questo principio si concretizza nel raggiungimento di accordi internazionali che non limitino eccessivamente il margine di libertà individuale di ogni Paese firmatario. Tale atteggiamento rende inevitabilmente complesse le relazioni tra le due regioni, anche da un punto di vista tecnico: basti pensare che a livello ASEAN non esistono equivalenti della Commissione Europea, del Parlamento o della Corte di Giustizia.

Oltre a ciò, l’Unione Europea troppo spesso ha dimostrato di non avere una politica unitaria e coerente nei confronti dell’Asia: la frammentazione del dialogo nelle relazioni bilaterali con singoli Paesi asiatici e l’assenza di un unico canale di dialogo preferenziale rendono complesso qualsiasi tipo di consultazione a livello interregionale. Questo risulta ancora più importante alla luce delle recenti problematiche interne che l’UE si è trovata a fronteggiare, come la crisi economica o l’euroscetticismo, che hanno comprensibilmente portato alla concentrazione degli sforzi politici e diplomatici verso il rafforzamento della coesione interna all’Unione piuttosto che alla razionalizzazione dei canali di dialogo con l’esterno. In questo frangente, anche l’ASEAN si trova a dover gestire non solo i problemi “ai confini”, ovvero nelle relazioni con le realtà esterne, ma anche problemi “nei confini”, legati alle dinamiche tra gli Stati membri. Queste difficoltà, che potrebbero avere dei riverberi negativi sull’andamento finora pacifico delle relazioni bilaterali, sono il risultato delle enormi differenze tra i membri dell’ASEAN in termini di popolazione, di prodotto interno lordo e di modelli di governo, in aggiunta all’esistenza di frizioni legate a dispute territoriali e all’utilizzo comune delle risorse naturali.

Inoltre, esiste il rischio che il proliferare di molteplici ambienti di dialogo non sempre efficaci possa alimentare un sentimento conosciuto come “summit fatigue”, ovvero la sensazione che la continua partecipazione agli incontri sia inutile in assenza di risultati concreti. Questo problema affligge sia il dialogo tra i membri governativi che tra gli esponenti della società civile, che è ancora al di sotto delle proprie potenzialità nonostante gli sforzi, anche finanziari, intrapresi da ambo le parti.[15]

Nonostante queste difficoltà, la cooperazione tra l’UE e l’ASEAN nel corso degli anni ha favorito la costruzione di attività congiunte a favore di una sempre più stretta integrazione, oltre a promuovere lo sviluppo di un’importante attività di agenda-setting sul piano globale. Nel concreto, la relazione tra le due regioni ha portato a vari risultati positivi, tra i quali si possono annoverare:

  • La creazione di posizioni comuni nell’ambito ONU sulle questioni di sicurezza transnazionale, come la lotta al terrorismo e alla pirateria marittima, aiutata anche dalla creazione dell’ASEAN Regional Forum,[16] un organismo internazionale focalizzato sui temi della sicurezza e della risoluzione dei conflitti di cui l’UE è parte.
  • Le pressioni politiche europee mirate alla promozione dello sviluppo e dei diritti umani hanno contribuito alla conclusione nel 2012 dell’ASEAN Declaration on Human Rights, la cui scrittura è stata facilitata da consulenze e ricerche promosse dall’UE.
  • Nel campo della gestione del rischio e dei disastri naturali, al quale i paesi del sud-est asiatico sono particolarmente soggetti date le loro caratteristiche geografiche, la cooperazione interregionale ha promosso la creazione dell’ASEAN Center for Humanitarian Assistance and Emergency Response, costruito sulla base dell’esperienza europea dell’European Civil Protection Mechanism.[17]
  • La cooperazione nell’ambito della ricerca e dell’educazione ha portato a ottimi risultati: oggi oltre 4000 studenti asiatici sostengono ogni anno periodi di studio in Europa grazie a programmi di scambio. Numerose iniziative europee sostengono costantemente la creazione di sinergie in quest’ambito, come per esempio il progetto SHARE – Support to Higher Education in ASEAN Region che, alla sua conclusione nel 2018, avrà contribuito a facilitare l’armonizzazione ed il mutuo riconoscimento delle carriere universitarie.
  • Nell’ambito della ricerca scientifica, le due parti hanno sostenuto tra il 2011 e il 2015 il programma Regional EU-ASEAN Dialogue Initiative, che ha supportato iniziative comuni nei campi della scienza e della tecnologia, con il duplice obiettivo di facilitare una maggiore integrazione tra i centri di ricerca asiatici e di rafforzare la cooperazione tra le due regioni.
  • In campo economico, l’obiettivo a lungo termine della relazione EU-ASEAN è la firma di un accordo di libero scambio, i cui negoziati sono stati iniziati nel 2007.[18] Tale accordo non porterebbe unicamente vantaggi commerciali per ambo le parti, ma offrirebbe anche la base sulla quale costruire una nuova fase della cooperazione politica. Nell’ottica del raggiungimento di questo ambizioso progetto, l’UE ha promosso varie iniziative per aumentare il livello di interconnessione, sia tra i Paesi membri dell’ASEAN che tra i due blocchi. Tra le più recenti, l’EU-ASEAN Statistical Capacity Building Programme, attivo dal 2009 al 2013, ha assistito i vari Paesi nell’armonizzazione della gestione dei dati statistici. Attualmente entrambe le regioni sono impegnate nel Migration and Border Management Programme, un progetto che entro il 2018 rafforzerà la cooperazione tra le autorità di confine asiatiche in materia del passaggio delle persone e delle merci; in aggiunta, il progetto congiunto ASEAN Regional Integration Support from the EU, che si concluderà entro la fine del 2016, sta facilitando la creazione di un mercato unico nell’ASEAN.
  • Un progetto co-finanziato da entrambe le regioni, EU-ASEAN Project on the Protection of Intellectual Property Rights, ha promosso tra il 2010 e la fine del 2015 l’implementazione nei Paesi asiatici parte del progetto di meccanismi a protezione della proprietà intellettuale: un passaggio fondamentale per poter giungere alla conclusione di un accordo di libero scambio tra le due regioni.

Prospettive future

Le prospettive di sviluppo dell’ASEAN, che secondo le stime crescerà fino a diventare entro il 2030 un’economia di 700 milioni di persone, per un valore complessivo stimato di 10 trilioni di dollari statunitensi,[19] rappresentano per l’UE un’eccezionale occasione per generare mutua prosperità e favorire la propria la crescita. Le azioni finora intraprese sia dall’UE che dall’ASEAN stanno dimostrando la volontà di entrambe le parti di rafforzare il loro partenariato verso una maggiore cooperazione.

Come affermato dalla Commissione Europea nel corso del 2015, la strada da seguire per raggiungere questo obiettivo include sia approcci legati alla logica del regionalismo bilaterale che al transregionalismo. E’ possibile ipotizzare che l’azione dell’UE nei prossimi anni sarà legata da un lato al consolidamento dei mutui canali di dialogo, dall’altro alla promozione di una sempre maggiore integrazione asiatica, rafforzando quella che è conosciuta come ASEAN Connectivity. In quest’ottica, l’Unione Europea non può che accogliere con soddisfazione e fiducia verso il futuro la creazione dell’ASEAN Economic Community (AEC2015), formalmente lanciata nel Novembre 2015 e costituita da serie di misure operative volte a rendere i membri ASEAN sempre più integrati nell’economia e nel commercio. E’ importante notare come nel 2015 l’ASEAN abbia anche stabilito una serie di misure strategiche che entro il 2025 dovrebbero aggiungere la cooperazione politica e socio-culturale alla cooperazione economica,[20] portando alla nascita di una vera “ASEAN Community”. Così come l’Unione Europea e l’ASEAN sono degli organismi in continuo mutamento, anche la loro relazione è in costante evoluzione: i recenti sviluppi, uniti ai concreti risultati positivi già raggiunti, possono essere viste come basi concrete per la costruzione di una strategic partnership strategica. Questo obiettivo va raggiunto quanto prima, dal momento che il dialogo inter e transregionale tra l’Asia e l’Europa ha il potenziale di diventare un elemento di primaria importanza nel sistema di global governance su più livelli.

[1] David Camroux, The European Union and ASEAN: Two to Tango?, Notre Europe Studies & Research, giugno 2008

[2] Dati della commissione Europea riferiti al 2014, DG Trade, ultima edizione: ottobre 2015

[3] ASEAN e UNCTAD, ASEAN Investment Report 2013-2014

[4] Jürgen Rüland, The European Union as an Inter and Transregional Actor: Lessons for Global Governance from Europe’s Relations with Asia, articolo presentato alla conferenza The European Union in International Affairs, tenutasi al National Europe Centre dell’Australian National University, 4 luglio 2002

[5] Jürgen Rüland, ASEAN and the European Union: A Bumpy Interregional Relationship, Center for European Integration Discussion Papers, 2001 e Wim Stokhf, Paul van der Velde (eds.) Asian-European Perspectives: Developing the ASEM process, Routledge, 2001.

[6] Il prossimo appuntamento è atteso nel corso dell’anno corrente, a due anni di distanza dal 20° incontro del luglio 2014.

[7] Jürgen Rüland, ASEAN and the European Union: A Bumpy Interregional Relationship, Universität Bonn – Center for European Integration Studies, Discussion paper C-95, 2001, pag. 15.

[8] Dati di Akrasanee, 1982 e di Dreis-Lampen, 1998, citati in Jürgen Rüland in ASEAN and the European Union: A Bumpy Interregional Relationship, Universität Bonn – Center for European Integration Studies, Discussion paper C-95, 2001.

[9] Georg Wiessala, The EU and Asian Countries, Sheffield Academic Press, 2002.

[10] Anthony Forster, International Affairs Vol. 75, No. 4.1999, pp. 758.

[11] Joint Declaration of the ASEAN-EU Commemorative Summit, Singapore, 22 novembre 2007

[12] L’obiettivo è stato parzialmente raggiunto, con la creazione nel 2015 dell’ASEAN Economic Community, come menzionato più avanti nel testo.

[13] L’ultimo Summit (ASEM10) si è tenuto a Milano nell’ottobre 2014.

[14] Bart Gaens (editor), The Future of the Asia-Europe Meeting (ASEM) – Looking ahead into ASEM’s third decade, rapporto del settembre 2015.

[15] Le relazioni UE-ASEAN, Progetto di parere della sezione specializzata Relazioni Esterne, codice REX/276, maggio 2010.

[16] L’ARF è un ambiente formale di dialogo multilaterale sulle questioni di sicurezza, che riunisce al giorno d’oggi 27 membri, tra cui i membri dell’ASEAN, l’UE e numerosi altri Paesi dell’area dell’Asia-Pacifico e del Nord America.

[17] Angela Pennisi di Floristella, Building the ASEAN Center for Humanitarian Assistance and Emergency Response, KFG Working Paper n.62, gennaio 2015

[18] La conclusione di un tale accordo è facilitata dai negoziati bilaterali per accordi di libero scambio tra l’UE e vari paesi membri dell’ASEAN, il cui primo risultato concreto è la firma dell’accordo con Singapore nel 2014.

[19] Dato IHS, 2014.

[20] ASEAN2025, Forging ahead together, ASEAN Secretariat, novembre 2015.

(Featured image Source: Flickr European External Action Service)

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