Relazioni internazionali 2.0: i social network nei rapporti politici

Chiara Galvani

I social media o reti sociali sono ogni giorno di più parte della nostra vita quotidiana.

Chi non ha un profilo su Facebook o su Twitter? Chi non ha mai visualizzato un video su Youtube?

Il numero di utenti  è in aumento costante tanto che alcuni studi affermano che se Facebook, con i suoi 400 milioni di utenti attivi, fosse una nazione sarebbe la terza più popolata dopo Cina e India[1].

Come tutte le nazioni, pertanto, anche le reti sociali come Facebook  hanno iniziato ad avere un impatto e a giocare un ruolo significativo nell’ambito delle relazioni internazionali.

Questo tema recentemente  è tornato al centro del dibattito politico internazionale a seguito delle dimostrazioni, tuttora in corso, di piazza Taksim a Istanbul.

Questa nuova presenza nell’ambito internazionale sta portando a un cambiamento progressivo, anche se non ancora totalmente evidente, delle relazioni internazionali, dei suoi partecipanti e della gestione del potere, elementi che  il popolo vuole comprendere e influenzare sempre più profondamente.

Come affermano Alec Ross, Senior advisor for innovation alla segretaria di Stato, Hilary Clinton e Ben Scott , “il Che Guevara del XXI secolo è proprio la rete, che stimola le masse  e fornisce loro i mezzi per organizzarsi”:

“To a significant degree, power is being devolving from the nation state and large institutions to smaller institutions and individuals.

We are only beginning to understand the implications of these shifts.

These disruptions do not require a technological response. They require a foreign policy response.

The Che Guevara of the 21st Century is the network.” [2]

E’ interessante  valutare il ruolo dei  social media nelle relazioni internazionali analizzando il loro impatto come strumenti per organizzare rivolte e rivoluzioni, come mezzi per la diffusione della democrazia e la ridistribuzione del potere e anche  come strumenti utili per affrontare i disastri naturali.

Casi emblematici sono quelli  della primavera araba, della Cina-partito comunista, del Movimento 5 Stelle in Italia e infine del terremoto del Tohoku che colpì il Giappone nel marzo 2011.

 Prima di addentrarmi  nell’analisi specifica vorrei riportare la definizione che alcuni studiosi hanno dato di social media:

online tools and utilities that allow communication of information online and participation and collaboration.

Are websites that “interact with the users, while giving them information.”[3]

L’ambito delle reti sociali, come prima affermato, è in continua evoluzione e il numero è in costante aumento  a livello internazionale e locale. Pertanto data la vastità di tale ambito, vorrei specificare che i social media che analizzerò in questo articolo sono Facebook, Twitter, Youtube e Weibo.

Social media e rivoluzioni

La primavera araba: una rivoluzione 2.0?

La primavera araba e soprattutto la rivoluzione che si scatenò in Egitto nel 2011 sono passate alla storia come le “rivoluzioni di Facebook e Twitter”.

Alcuni giornalisti, infatti, a proposito della  rivoluzione egiziana scrissero “democracy is just a tweet away”[4]; altri affermarono “If you want to liberate a society, just give them the Internet.”[5]

I social media furono i veri  protagonisti delle cronache delle rivolte,  tutti parlavano della “rivoluzione 2.0”.

Come affermarono gli studiosi Ilhem Allagui and Johanne Kuebler, le rivoluzioni arabe, soprattutto quella egiziana, dimostrarono l’enorme  potere della rete:

“if we learned political leadership and coalition building from the Russian Revolution and popular initiative from the French Revolution, the Arab revolution in… Egypt demonstrated the power of networks.”[6]

I social media, infatti, ebbero  un ruolo cruciale nell’ambito dell’organizzazione del movimento rivoluzionario consentendo, in primo luogo, di condividere le informazioni in maniera rapida e massiva.

La maggior parte delle reti sociali è, infatti, gratuita, questo fa sì che l’informazione possa arrivare ad un numero ampio di persone in un tempo breve.

L’agile  condivisione di informazioni genera consapevolezza, fondamentale  per diffondere la causa e il messaggio della rivoluzione.

Secondo i dati dell’Arab Social Media Report 2011, 6 la maggior parte degli egiziani utenti di Facebook condivide l’idea che la rete giocò un ruolo fondamentale nella diffusione delle idee alla base dei  vari movimenti di protesta  che sorsero all’interno del Paese.

La rapidità dell’informazione  online ha  generato, poi, una consapevolezza offline che a sua volta  alimentava la partecipazione. Questo fenomeno, che prende il nome di cyberattivismo, è stato ben definito da Howard:

The act of using the Internet to advance a political cause that is difficult to advance offline…the goal of such activism is often to create intellectually and emotionally compelling digital artefacts that tell stories of injustice, interpret history, and advocate for particular political outcomes.[7]

Un esempio paradigmatico del cyberattivismo è il gruppo di Facebook “We Are All Khaled Said” creato da Wael Ghonim, dirigente di Google,  per denunciare l’uccisione di un giovane di Alessandria da parte della polizia e la corruzione della politica egiziana. Gli attivisti si informavano e comunicavano online per poi agire e manifestare offline, nella piazze e nelle strade.

I social media, quindi, sono diventati anche ottimi strumenti di organizzazione e gestione del movimento rivoluzionario e delle sue azioni.

Emblematica è la frase “We use Facebook to schedule the protests and [we use] Twitter to coordinate, and YouTube to tell the world”.

Come affermano Alec Ross, Senior advisor for innovation alla segretaria di Stato Hilary Clinton e Ben Scott le reti sociali permettono di unire  gruppi di persone che condividono le stesse cause e la stessa maniera di pensare; di facilitare la comunicazione online e l’organizzazione delle  azioni di protesta offline senza la necessità di un leader e di informare e sensibilizzare il  resto del mondo su ciò che sta  succedendo.

1. “First, technology accelerated political change by networking together like-minded groups of people and permitted real-time coordination in movement building. It accelerated movement making from a years-long process into one that took just weeks or months.

2. Second, social media made weak ties stronger, bringing people of diverse interest and background who connected online together in offline protest actions.

3. Third, it distributed leadership across a wide variety of actors. The Che Guevara of the 21st Century is the network. It does not take a single, individual figure to organise and inspire the masses.

4. Fourth, we can see that the social media platforms that facilitated organising also fed the news cycles of mainstream media that brought the story of change to the region and the rest of the world. What happened when young people in Tahrir square hoisted posters bearing the names of their Twitter hashtags? Pan-Arab satellite television captured those images, broadcast them to the wider world, and drew attention to authentic voices on the streets.”[8]

I social media hanno permesso di dare voce anche a tutta la parte di popolazione “non collegata”; come dimostrato dall’immagine che si diffuse durante le proteste egiziane, che raffigurava  un anziano che teneva in mano un cartello con scritto “Grazie gioventù egiziana di Facebook”.

E’ nato così un “giornalismo sul campo” da parte di tutti i cittadini che hanno potuto tenere aggiornati  in tempo reale non solo i connazionali ma anche tutto il mondo sugli avvenimenti che stavano vivendo.

“report on events on the ground, uploading text and videos directly to the Internet or feeding the information and videos to media outlets.”[9]

Sottolineare il ruolo cruciale dei  social media  in queste vicende rischia però di essere limitante ; considerarli i protagonisti esclusivi dei movimenti rivoluzionari della primavera araba; può oscurare il ruolo  delle popolazioni che hanno protestato e lottato concretamente nelle strade e nelle piazze rischiando la vita.

C’è chi sostiene  che in fondo  i social media non hanno avuto  un ruolo tanto diverso da quello della televisione. Fares Braizat, dell’Arab Center for Research and Policy Studies con sede in Qatar,  ha affermato che “Al-Jazeera has given people a voice that they didn’t have before.”[10]

Molti pensano  che la “Twitter revolution” sia stata troppo enfatizzata  ed esagerata.

I fatti hanno comunque  dimostrato anche i limiti dei social media soprattutto nella fase post-rivoluzione.

Sono infatti molto utili durante la rivoluzione per coordinare e diffondere le informazioni, successivamente, però  la causa deve essere portata avanti dalla popolazione e spesso succede che  gli attivisti non hanno la preparazione necessaria per implementare il cambiamento  e quindi  la rivoluzione non sfocia in un nuovo governo stabile.

A tal proposito Susannah Vila, direttrice dei contenuti di Movements.org, ha affermato:

“It’s no longer surprising for a Facebook forum to catch the right side of circumstance and esplode in numbers, often leading to offline change and producine surprising, unlikely, and even accidental leaders. By the same token, it should not be surprising that these leaders don’t have the skills necessary to leverage their new followings, to build capacity and grow their campaign into a sustainable organization or governament.”

Questo è accaduto, ad esempio, in Egitto dove bastarono solo 18 giorni di rivoluzione per far crollare il governo di Mubarak, però non bastò nemmeno un anno per vedere i risultati effettivi degli sforzi della rivolta.

Le elezioni successive  hanno visto la vittoria dei Muslim Brothers, partito islamista estremista.

Pertanto, non si può  affermare che la rivoluzione abbia avuto un pieno successo. Ci vorrà ancora tempo prima che la cultura politica  del paese cambi in modo radicale.

Analizzando questo risultato, quindi, si può condividere il pensiero di Madeline Storck che le reti sociali non sono state tanto utili nel tradurre le necessità e le richieste della popolazione in una realtà politica[11].

Per concludere, quindi, non si può ignorare il ruolo che giocarono Facebook e Twitter in questi movimenti e cambiamenti  sociali, però non dobbiamo dimenticare che le vere rivoluzioni hanno luogo nelle strade e sono fatte dalla gente, che sarà sempre la vera protagonista e la fautrice del proprio futuro.

Riassumono bene le parole di Rosenberg:

“Facebook and Twitter have their place in social change, but real revolutions take place in the street. One of the biggest obstacles in using social media for political change is that people need close personal connections in order to get them to take action – especially if that action is risky and difficult. Social media always comes with a catch: It is designed to do the very thing that isn’t particularly helpful in a high-risk situation” (Rosenberg).[12]

Social media e democrazia: Cina e Italia

Cina, democrazia e social media: Weibo

Quando si parla di social media in Cina ci si deve concentrare soprattutto su Weibo, il sito di microblogging più diffuso nel Paese, con un numero di utenti  superiore ai 300 milioni e su altre reti alternative (come Renren o Youku) molto simili a quelle che dominano il panorama occidentale.

I social media in Cina sono canali importanti per la diffusione della democrazia e per una maggiore partecipazione della popolazione a livello politico ma, allo stesso tempo, sono strumenti che, se gestiti da governi come quello cinese, possono essere utilizzati per controllare l’informazione e  per sostenere il regime.

La Cina, infatti, costituisce il miglior esempio di “using internet media to allow comunication but also prevent it”. I social media, come affermano Xiaoling Zhang & Gareth Shaw nel saggio “The Impact of Social Networking Sites on state-citizen relationships in China”[13], da un lato sono un mezzo che permette una maggiore partecipazione dei cittadini in un Paese in cui lo stato-partito ha sempre cercato di controllare l’informazione e dall’altro, però, possono essere lo strumento col quale il partito stesso può rafforzarsi e governare.

Il controllo dell’informazione è, comunque, molto costoso pertanto il governo cinese si trova di fronte alla questione del se e come gestire il flusso di informazioni. Vorrebbe, infatti, controllare tutte le informazioni, però un controllo totale, soprattutto a seguito della diffusione delle reti sociali, canale di informazione largamente utilizzato, è molto difficile, oltre che estremamente caro.

Il momento attuale è, comunque, ancora di transizione ed  è quindi  prematura  una valutazione oggettiva della situazione.

To allow comunication…

I social media,quindi,  sono un mezzo che permette ai cittadini di far sentire la propria  voce e di smentire le notizie ufficiali diffuse  dal governo o dai mezzi di comunicazione tradizionali, generalmente sottoposti a un maggior controllo statale.

Riprendendo il discorso di Michael Anti[14], giornalista e blogger impegnato nella lotta per la libertà di stampa in Cina, la Cina ha 500 milioni di internet users, che nonostante i controlli del governo centrale, hanno continuato a tuttora continuano a utilizzare la rete come strumento importante di comunicazione e informazione.

Il governo ha bloccato tutte le reti sociali più diffuse a livello internazione e le ha sostituite con altre simili di stampo cinese.

Google-Baidoo

Twitter-weibo

Facebook-Renren

Youtube-Youku

Ha in pratica utilizzato una politica che il giornalista Anti ha definito del “block and clone”. Il governo, infatti, ha bloccato  questi strumenti troppo democratici di influenza occidentale e , per non privare i cittadini dei tanto amati social media li ha sostituiti  con reti sociali locali che  hanno permesso di mantenere il server a Beijing  con la possibilità quindi di  controllare le notizie diffuse.

Nonostante il controllo del server da parte del governo centrale,  in Cina ci sono 300 milioni di microbloggers che ogni giorno utilizzano la rete.

Due esempi riportati da Anti nel suo discorso dimostrano l’importanza che giocano i social media.

Uno riguarda l’incidente ferroviario di Wenzhou del 2011. Il governo  voleva nascondere  l’accaduto e non diffondere la notizia. Tuttavia, nei 5 giorni successivi allo scontro si registrarono  più di 10 milioni di commenti negativi su diversi social media, qualcosa di davvero eccezionale e straordinario per la Cina che obbligò il governo ad esporsi riguardo all’incidente.

Un altro è il caso dello scontro tra il Ministero dell’ambiente cinese e l’ambasciata americana sui dati relativi alla qualità dell’aria a Beijing. L’ambasciata americana, sosteneva l’alto livello di inquinamento dell’aria della capitale cinese, cosa assolutamente smentita dal Ministero cinese. I microblogger cinesi si sono schierati nettamente a favore dell’ambasciata americana, dimostrando di non essere in linea col governo centrale e di volere  un’informazione corretta e veritiera.

Quando Weibo fu creato, nel 2009,  diventò “The Media”[15], perché lì si potevano trovare moltissime notizie, altrimenti taciute o censurate dal governo.

Il governo centrale, preso atto del potere di Weibo, ha attuato un capillare sistema di controllo e censura, impedendo di utilizzare parole come i nomi dei politici al potere o termini relazionati al regime. Tuttavia, gli utenti riescono  in parte ad evitare questi controlli avendo creato  un linguaggio  alternativo, in cui hanno sostituito i termini tabù con parole di uso comune.

Weibo, comunque, è anche uno strumento utile per il governo centrale nella lotta politica, è un mezzo per utilizzare l’opinione pubblica a proprio favore

Come afferma lo stesso Anti in conclusione al suo discorso, la libertà nei social media in Cina è una libertà controllata, la non-censura è qualcosa di eccezionale, è un’arma politica che il governo centrale utilizza contro le autorità locali.

Quindi, da un lato sono uno strumento utile ai cittadini e alla democrazia, dall’altro sono un mezzo potente nelle mani del governo centrale per controllare e “attaccare” i governi locali.

To prevent communication… 

I social media non sono stati ancora capaci di portare la democrazia in Cina, però hanno contribuito alla liberalizzazione politica. Questo risultato preoccupa il partito comunista, che conscio del potenziale delle reti sociali, ha rafforzato la censura in internet.

Tuttavia, come afferma il diplomatico Richard N. Haas le reti sociali possono essere represse dai governi ma possono anche essere utilizzate da questi per ottenere un maggior supporto popolare:

the printing press, telegraph, telephone, radio, television, and cassettes all posed challenges to the existing order of their day.  And like these earlier technologies, social media are not decisive: they can be repressed by governments well as employed by government to motivate their supporters.[16]

Un esempio paradigmatico di come i social media possano essere uno strumento chiave nelle mani dei governi e dei partiti è rappresentato  dal recente successo del Movimento 5 Stelle in Italia.

La forza di questo movimento sta proprio nell’aver capito la forza e il potenziale dei social media, soprattutto dei blog e di Twitter. I suoi esponenti si definiscono sostenitori della democrazia diretta e  liquida, presentandosi ufficialmente come una:

Non-associazione, …una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.[17]

Sostengono  una partecipazione attiva della gente, conferendo alla popolazione un ruolo centrale e decisivo.

Molti ritengono che in realtà ci sia la volontà di sfruttare  a loro favore la potenza delle reti sociali, come spiega la giornalista e specialista in cultura digitale Serena Danna:

Invece di aprirsi alle diversità e al confronto — caratteristiche imprescindibili del web sociale — il Movimento 5 Stelle si è chiuso a doppia mandata nell’universo del leader.

Il progetto di Grillo e Casaleggio ricorda quello dei colossi del web Google e Facebook, che lavorano per creare una dimensione esclusiva di navigazione online dove tutta l’attività dell’utente si svolge dentro il perimetro del mondo di valori, idee, contenuti e servizi costruito su misura per lui. Su Twitter, il popolare social da 140 caratteri, lo stesso Grillo — che ha più di un milione di follower — segue quasi esclusivamente esponenti del Movimento che, a loro volta, lo usano per comunicare in maniera unidirezionale e creare una contrapposizione tra Noi — il movimento — e Loro — tutti quelli che non ne fanno parte.[18]

Il movimento, quindi, utilizzerebbe  internet per il proprio  interesse e prestigio senza rispettare la sua natura aperta, fluida e trasparente.

Nonostante questi dubbi leciti, però, la  tecnica di comunicare con gli elettori attraverso canali alternativi sembra essere per moltissime persone  convincente. I risultati delle ultime elezioni politiche, infatti, hanno visto questo partito o meglio, questo movimento “senza un capo, senza una struttura o una sede”[19], primo alla camera e decisivo in senato.

Social media e disastri naturali: il terremoto del Tōhoku

I social media hanno iniziato a svolgere una funzione importante nell’ambito delle calamità naturali a partire dal 2005, con il caso dell’uragano Katrina che si abbatté su New Orleans.  Successivamente il loro ruolo è divenuto sempre più rilevante, fino a convertirsi in uno strumento essenziale in occasione del terremoto del Tōhoku che colpì il Giappone nel marzo 2011.

Per capire come le reti sociali furono di aiuto durante il terremoto del Tōhoku possiamo riprendere l’analisi effettuata dalla rivista online Sciente 2.0[20], in cui  mostra i 3 gruppi che beneficiarono di questo canale: le vittime, i mezzi di informazione e i fornitori di aiuti.

Le vittime

I social media furono di grande aiuto alle vittime perché permisero la diffusione delle informazioni e una rapida ed efficiente  comunicazione con i parenti.

Nelle ore successive al terremoto, infatti, i mezzi di comunicazione tradizionali non funzionavano, pertanto internet e le reti sociali si convertirono nello strumento più utilizzato.

Secondo Mashable[21] nell’ora successiva al terremoto si raggiunse la frequenza di 1.200 tweets provenienti da Tokyo, mentre nelle ore successive hashtags come #prayforJapan, #earthquake and #tsunami erano tweetteati con una frequenza di mille volte al secondo.

Inoltre, le reti sociali permisero anche la ricerca rapida di parenti e amici. Questo fu possibile, grazie a strumenti come il Person Finder di Google e anche grazie  alla natura “personale” di queste reti occidentali, che permise di contattare  più facilmente  le persone residenti nelle zone colpite dal sisma.

I mezzi di informazione

I social media resero possibile  un “giornalismo dal campo” sin dalla prima ora successiva al terremoto,  permisero ai residenti delle zone colpite di scambiarsi informazioni utili e notizie.

Alcune reti televisive come la CNN utilizzarono  immagini e informazioni fornite dagli utenti della rete che  avrebbero potuto ottenere difficilmente e non così rapidamente in altro modo.

Questo dimostrò che:

The traffic CNN produces with this strategy makes it obvious that today the kpb of a news organisation in case of a disaster is not only to report but also to connect. Giving the victim a voice, helping the victim finding relevant information, as well as informing the public but also providing them a possibility to connect with the victim and help.[22]

Fornitori di aiuti

 La comunicazione attraverso i social media genera maggiore consapevolezza e pertanto stimola iniziative  di supporto e di raccolta fondi da parte di ONG o altri paesi.

Nel caso del Giappone furono varie le campagne e le raccolte fondi mosse attraverso Facebook e altre reti sociali e blog ed ebbero discreti successi.

Il terremoto del Tōhoku costituì l’occasione con cui la popolazione giapponese comprese il potere e il potenziale dei social media occidentali. A partire da questo evento, infatti, aumentarono esponenzialmente gli utenti giapponesi in Facebook e Twitter, superando quelli  del social network tutto giapponese Mixi, precedentemente poco utilizzati perché richiedevano per l’iscrizione l’inserimento dati personali avvertito come una violazione della privacy.

Conclusioni

L’evoluzione che hanno avuto in questi ultimi anni i social media nel regolare processi sociali e politici è innegabile e, in parte, inaspettata.

Si tratta, infatti, di un fenomeno nuovo e tuttora in sviluppo che sarà interessante continuare ad analizzare per capire se si tratta di una tendenza passeggera o di uno strumento fondamentale delle relazioni e della comunicazione tra Stati.

(Feature image: Wikimedia Commons)

[2] http://www.nato.int/docu/review/2011/social_medias/21st-century-statecraft/EN/index.htm

[3] Alex Newson, Deryck Houghton and Justin Patten, eds, Blogging and Other Social Media: Exploiting the Technology and Protecting the Enterprise, (England: Gower Publishing Limited, 2008), 3. in Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 dicembre 2011

[4] Evgeny Morozov, The Net Delusion, (London: Penguin Books, 2011), 37. In Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 diembre 2011

[5] Albrecht Hofheinz, “Nextopia? Beyond Revolution 2.0” International Journal of Communication 5 (2011): 1417; in Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 diembre 2011

[6] Ilhem Allagui and Johanne Kuebler. “The Arab Spring and the Role of ICTs,” International Journal of Communication 5 (2011): 1435. in Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 diembre 2011

[7] Howard 2010, 145

[8] http://www.nato.int/docu/review/2011/social_medias/21st-century-statecraft/EN/index.htm

[9] Khamis & Vaughn 2011 in Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 diembre 2011

[10] Will Heaven, “Egypt and Facebook: time to update its status, NATO Review, http://www.nato.int/docu/review/2011/social_medias/Egypt_Facebook/EN/index.htm

[11] Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 dicembre 2011

[12] Rosenberg, Tina. “Friends in Revolution.” International Herald Tribune: 6. ProQuest. Jul 15 2011. Web. 22 Feb. 2012 . in Rita Safranek “The emergine role of Social media in political & regime change”, ProQuest Discovery Guides pag.8, marzo 2012

[13] Xiaoling Zhang & Gareth Shaw, “The Impact of Social Networking Sites on state-citizen relationships in China”, China Policy Institute Policy Paper 2012 : No. 1, University of Nottingham

[14] TED Talk di Michael Anti, Behind the great firewall of China, http://www.youtube.com/embed/yrcaHGqTqHk

[15] TED Talk di Michael Anti, Behind the great firewall of China, http://www.youtube.com/embed/yrcaHGqTqHk

[16] Richard N. Haas, “Reflections on the Revolutions in Egypt,” The New Arab Revolt, (New York: The Council on Foreign Relations, 2011) in Madeline Storck “The Role of Social Media in Political Mobilisation: a Case Study of the January 2011 Egyptian Uprising”, 20 diembre 2011

[17] Art. 1 del Non statuto del Movimento 5 Stelle

[18] Serena Danna, “L’uso di internet (a bassa tecnologia) del Movimento 5 Stelle, blog del Corriere della sera, 6 marzo 2013, http://eliza.corriere.it/2013/03/06/luso-di-internet-a-bassa-tecnologia-del-movimento-5-stelle/, consultato il 12/05/2013

[19] Philippe Ridet, “Il mondo di Casaleggio”, Le Monde, in Internazionale num.993 anno 20, 29 marzo 2013

[20] Japan, Earthquakes, And The Role Of Social Media During A Crisis; Scientific blogging Science 2.0; 22 marzo 2011; http://www.science20.com/news_articles/japan_earthquakes_and_role_social_media_during_crisis-77415; consultato l’1 luglio 2013

[21] Chris, Taylor; Twitter Users React To Massive Quake, Tsunami In Japan; Mashable; http://mashable.com/2011/03/11/japan-tsunami/, 11 marzo 2011; consultato l’1 luglio 2013

[22] Japan, Earthquakes, And The Role Of Social Media During A Crisis; Scientific blogging Science 2.0; 22 marzo 2011; http://www.science20.com/news_articles/japan_earthquakes_and_role_social_media_during_crisis-77415; consultato l’1 luglio 2013

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